proposito di progresso, quante volte abbiamo sentito dire
che "volere è potere"?! Pur non essendo
verità assoluta, questa espressione ha molto del
vero: la forza di un proposito e la costanza nel perseguirlo
generano energie e mettono in gioco capacità che
a volte nemmeno l'interessato sospetta di avere.
Queste energie ed attitudini non nascono per generazione
spontanea. Sono il passaggio dalla potenza all'atto; la
messa in esercizio di un potenziale sul quale già
si contava.
Riflettendo sul lavoro e basandosi sul fatto che Dio è
Atto puro, don Alberione ci offre questa riflessione,
che getta luce su tutto il progetto del nostro sviluppo
integrale: «Quanto più l'uomo passa dalla
potenza all'atto, tanto più imita Dio. E quante
più potenze mette in attività rettamente,
tanto meglio corrisponde al volere di Dio che le ha date,
tanto meglio serve il Signore: amerai il Signore con tutta
la mente, le forze, il cuore; anche le forze fisiche sono
comprese» (CISP p. 1081).
Riprendiamo, ancora una volta, il testo guida (AD 100-ABUNDANTES
DIVITIAE GRATIAE SUAE)
Vi troviamo elencate le "potenze" del nostra
carro paolino:
1. MENTE - VOLONTÀ - CUORE
2. FORZE FISICHE
3. NATURA E GRAZIA
4. VOCAZIONE
Vediamo ora ciò che ognuna di esse vuole dire secondo
l'ampio significato che il Fondatore suole attribuire
a tali termini.
1) La prima serie di "potenze" abbraccia le
facoltà superiori e distintive dell'uomo. Sono
qualità che non troviamo in nessun'altra creatura.
Il trinomio "mente - volontà - cuore"
è caratteristico dell'antropologia di don Alberione,
il quale, alle facoltà riconosciute come tali dalla
corrente neotomista (intelligenza e volontà), aggiunge
il sentimento, elemento accentuato dalla filosofia vitalista
e dalla psicologia del suo tempo.
La dottrina tomista insegna che le facoltà sono
potenze in quanto sono principi prossimi di azione. Si
distinguono l'una dall'altra dall'oggetto al quale sono
orientate. Le facoltà intellettive hanno come oggetto
la verità; quelle volitive hanno come oggetto il
bene; quanto al sentimento - sempre secondo l'antropologia
tomista - non sarebbe facoltà diversa mancando
di un oggetto proprio e distinto.
L'antropologia alberioniana passa sopra queste distinzioni
e incorpora decisamente il sentimento nella totalità
dell'uomo come un elemento che non può mancare
e che, in ultima analisi, è ciò che lo stesso
san Tommaso tenne sempre in considerazione.
L'insistenza di don Alberione nel considerare l'uomo completo
in tutte le sue dimensioni (conoscitiva, volitiva, affettiva)
scaturisce dall'importanza che dà al rapporto tra
la persona umana e la totalità di Cristo (Via,
Verità e Vita).
2) L'espressione "forze fisiche" abbraccia
la parte materiale della persona: corpo, sensi, doti,
attitudini particolari, identità sensuale, ecc.
Secondo la convinzione del Fondatore, tutto ciò
che fa parte della persona, è energia virtuale
per la propria santificazione e per la missione che gli
compete: tutto, anche la componente materiale, deve essere
messo in gioco in vista di questi due fini. Sono molte
le pagine che don Alberione ha dedicato al buon uso della
componente materiale della nostra persona. Meritano speciale
attenzione le considerazioni che nel 1954 indirizzò
"Alle Famiglie Paoline" e che compongono
gli opuscoli Formazione umana, Formazio-ne
sociale, 11 lavoro e la Provvidenza e Portate Dio nel
vostro corpo (1). Naturalmente, non è esclusiva
di don Alberione questa giusta valorizzazione dell'elemento
materiale della persona in ordine alla sua piena realizzazione
e alla sua salvezza; leggiamo, per esempio, ciò
che scrive Fratel Roger Schutz, iniziatore di Taizé:
«II vangelo non conduce a una specie di spiritualismo
disincarnato. L'istanza di Cristo implica la totalità
dell'essere e abbraccia la nostra carne. I1 vangelo si
vive in maniera globale, anche con il corpo e non soltanto
con le facoltà dello spirito e dell'intelligenza,
come si è creduto troppo frequentemente»
(2).
3) "Natura e grazia". Queste due parole,
appaiate, evidenziano ancor più la loro necessaria
armonizzazione. Per natura intendiamo quell'insieme di
leggi che governano e caratterizzano la condizione umana
come parte della creazione: nutrirsi, respirare, muoversi,
riposare, crescere, reagire agli stimoli, tendere alla
comunicazione, ecc. sono manifestazioni della nostra condizione
naturale. Per grazia intendiamo invece quell'insieme di
aiuti con cui Dio restaura la nostra natura e la rende
trascendente in ordine al fine ultimo e soprannaturale
per il quale ci ha creati. Parliamo di "restaurazione"
tenendo conto di quanto abbiamo già trattato nel
precedente capitolo: la creatura umana, buona in quanto
opera di Dio, si vede danneggiata dalla terribile realtà
del peccato. Ma l'aiuto divino va ben al di là
di un
semplice restauro: eleva e nobilita, offre la possibilità
di merito e dispone al prernio soprannaturale della
gloria. Natura e grazia non si contraddicono mai né
si sopprimono a vicenda. La grazia non opera mai contro
la natura, ma sempre in suo aiuto e a suo vantaggio.
4) Con la parola "vocazione" ci riferiamo
a quel determinato orientamento che assume la nostra
persona in risposta a un disegno particolare, riconosciuto
come proveniente da Dio. Precisamente in questo consiste
la forza della chiamata: che viene dall'alto. «Non
voi avete scelto me - disse il Maestro Divino agli apostoli
- ma io ho scelto voi» (Giovanni
15:16). Se la vocazione è autentica, potrà
contare certamente sugli aiuti indispensabili. Il Signore
non li farà mancare perché si sta compiendo
la sua volontà. «Dio, giusto rimuneratore,
paga solo e sempre chi compie la sua volontà.
Scoprire la volontà di Dio è cosa semplice
e complicata; luminosa e oscura; dolorosa e soave; naturale
e meravigliosa secondo i casi. Dunque: non faciloneria,
né esasperante tormentosa incertezza, ma prudenza,
esame, preghiera, consiglio e decisione in fede»
(UPS I p. 115).
Tutti gli elementi ricordati (mente, volontà,
cuore, forze fisiche, natura, grazia, vocazione) costituiscono
il valido potenziale che dobbiamo trasformare in atto.
Si tratta di capacità virtuali che si logorerebbero
se non fossero poste in esercizio.
Fare in modo che la maggior parte delle proprie capacità
passino dal piano statico a quello dinamico è
il segreto dei vincitori; e fare in modo che attualizzino
affinché meglio si compia la volontà di
Dio, è il segreto dei grandi santi.
La parabola dei talenti narrata dagli evangelisti (Matteo
25,14:30)e (Luca
19,11:27) racchiude insegnamenti che vengono molto
opportuni:
* Benché non tutti ricevano doni in numero e
valori uguali, tutti sono chiamati a farli fruttificare
per il bene proprio e a servizio degli altri.
* Sotterrare negligentemente le proprie qualità
è una colpa e determina un crescente decadimento
dell'individuo: «gli sarà tolto anche quello
che ha».
* Al contrario, la corrispondenza ai doni ricevuti fa
sì che essi aumentino in efficacia: «A
chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza».
Le avvertenze di Gesù nel descrivere la diversa
sorte degli individui a seconda che abbiano o no fatto
fruttificare i propri talenti, coincidono con una legge
abbastanza comprovata: le qualità si affinano
con l'esercizio, allo stesso modo che l'inerzia li conduce
alla morte.
Solo corrispondendo ai doni ricevuti ed esercitandoli
rettamente, potremo raggiungere, a poco a poco, la pienezza
dello sviluppo cui essi sono destinati.Nella realtà
della vita paolina, gli spazi in cui si realizza il
passaggio dalla potenza all'atto sono rappresentati
dal dinamismo delle quattro ruote del carro. "Pietà",
"Studio", "Apostolato", "Povertà"
non sono aree astratte, né si riducono ad azioni
impersonali; sono impegni concreti e costanti della
persona: nella vita spirituale, nella formazione intellettuale,
nell'azione apostolica, nello sviluppo e nella donazione
totale di se stessi...
Nella seconda parte di questo libretto ci occuperemo
ampiamente di ciascuna ruota del carro paolino; per
il momento ci limitiamo a tre osservazioni di indole
generale:
a) L'impegno della nostra persona nei vari doveri (rappresentati
dalle quattro ruote), deve essere cosciente e libero;
diversamente non si tratterebbe di atti propriamente
umani, ma di meccanismi abitudinari o di attitudini
forzate dalle circostanze. Inoltre deve essere un impegno
soprannanaturalizzato quanto all'intenzione
con cui si svolge; diversamente non avrebbe alcun merito
in ordine alla vita eterna.
b) L'impegno deve essere di tutta la persona in
ognuna delle quattro ruote. Non si tratta di destinare
questa o quella facoltà o energia a questo o
a quel lavoro, ma di partecipare con tutta la persona
in tutti e in ciascuno dei doveri:
- vita spirituale, vissuta con tutto l'essere; - impegno
di tutta la persona nello studio; - azione apostolica,
con pieno coinvolgimento;
- povertà paolina, praticata mediante la totale
donazione di se stessi.
c) L'impegno della persona deve essere simultaneo
nelle quattro ruote, nel senso di non disattendere mai
nessuna di esse. È vero che, in pratica, compiamo
i nostri doveri secondo orari più o meno fissi
e non tutti contemporaneamente; ma è anche vero
che ogni giorno abbiamo presente e teniamo in movimento
le quattro ruote del nostro carro, senza dimenticarne
nessuna. O almeno, questo deve essere il nostro impegno
se vogliamo progredire, dando per scontato che il carro
si muove "poggiato sulle quattro ruote".
Il senso più alto di queste tre osservazioni
e di tutto ciò che abbiamo messo in evidenza
in questo capitolo, lo troviamo nel Patto o Segreto
di riuscita (3), la formula più impegnativa del
libro delle "Preghiere della Famiglia Paolina":
in essa riconosciamo di essere «debolissimi, ignoranti,
incapaci, insufficienti in tutto: nello spirito, nella
scienza, nell'apostolato, nella povertà»;
tutto questo a fronte di una meravigliosa vocazione
alla santità e a una missione specifica; pertanto
poniamo tutta la nostra fiducia nel Signore e «da
parte nostra promettiamo e ci obblighiamo a cercare
in ogni cosa e con pieno cuore, nella vita e nell'apostolato,
solo e sempre la gloria di Dio e la pace degli uomini»,
sicuri che Egli ci darà «spirito buono,
grazia, scienza, mezzi di bene».
Juan M. Galaviz H. SSP |