a flagellazione
E' stato l'ultimo tentativo di Pilato per salvare la vita
di Cristo.
Il supplizio della flagellazione era « orrido »,
come lo definisce Orazio. Il condannato, spogliato e legato
ai polsi ad una bassa colonna, presentava tutto il corpo
come bersaglio ai flagellatori, che si alternavano a due
per volta. Il flagello era formato da un corto manico
di legno, da cui pendevano tre cinghie di cuoio, terminanti
ciascuna in piccole palle di piombo. La carne ai primi
colpi si rigava, poi si lacerava lasciando scoperte le
ossa, e cadeva a brandelli. La legge giudaica fissava
il numero massimo di 40 colpi. Per Gesù fu seguito
l'uso romano, che non poneva limite alcuno. Alla fine
il dorso era segnato da colpi regolari, nella direzione
dei due flagellatori, che lo rigavano quasi a zebra; ben
si poteva dire: « Hanno reso il mio dorso come un
campo arato; vi hanno segnato lunghi solchi » (Salmi128).
Tutte le parti del corpo erano colpite, per cui di nuovo
si avveravano alla lettera le dolorose profezie: «Apparve
come un lebbroso, piagato dalla pianta dei piedi alla
sommità del capo... Si possono contare tutte le
mia ossa ».
I carnefici cessarono quando parve loro che il condannato
fosse esausto. In compenso vollero prendersi beffe della
vittima; non aveva fatto così anche Erode, diventato
amico del loro comandante? Tutta la soldataglia si radunò
intorno a quel poveraccio che pretendeva di essere re,
e improvvisò una parodia crudele. Dagli sterpi
che usavano per attizzare il fuoco, estrassero qualche
ramo spinoso e ne fecero un casco (non un semplice cerchio
intorno alla fronte) che calcarono bene sul capo dell'ebreo,
gli posero sulle spalle una clamide militare scarlatta
come un manto regale, e in mano una canna a guisa di scettro.
A completare la commedia non ci mancavano che gl'inchini.
Perciò gli si inginocchiavano davanti: «
Ave, o re dei Giudei » (parodia del saluto romano:
Ave, Caesar Imperator), gli davano schiaffi, sputi, e
lo percuotevano con la canna sul capo, per conficcarvi
bene le spine.
La condanna
Erano circa le ore 11 quando Gesù fu ripresentato
a Pilato e al popolo. Sangue e sputi coprivano il suo
volto. Aveva preannunciato Isaia: « Non ha bellezza
alcuna né splendore. Noi l'abbiamo visto e non
aveva alcuna attrattiva che attirasse i nostri sguardi:
abbietto, l'ultimo degli uomini, l'uomo dei dolori, colui
che conosce la sofferenza e quasi cerca di nascondersi
la faccia ».
- Ecco l'uomo. Ve lo conduco fuori perché sappiate
che non trovo in lui alcuna colpa.
Pilato è un duro militare ed è un politico.
Non è psicologo. Non ha ancora capito che a dialogare
con quella folla esasperata non ci cava niente; non ha
capito che una folla è come un bambino: non ha
il senso della misura, e una volta presa una direzione
non si arresta più.
- Crocifiggilo, crocifiggilo!
- Prendetelo voi e crocifiggetelo voi; io non trovo prove
contro di lui.
- Noi abbiamo una legge e secondo la legge deve morire,
perché s'è fatto Figlio di Dio.
Per la prima volta i Giudei sono stati costretti a gettare
la maschera e a gridare il vero motivo della condanna:
non politico, ma religioso. Un motivo non
valido di fronte alla legge romana, ma valido secondo
1a legge ebraica. La motivazione nuova sconcertò
più ancora Pilato, già scosso dall'atteggiamento
di quella massa, del tutto contrario a quanto si aspettava.
Provò a prendere tempo, interrogando di nuovo Gesù,
sperando che intanto il furore della folla sbollisse.
- Di dove sei? - La frase « che si era fatto Figlio
di Dio » aveva colpito Pilato; forse ha dubitato
che ci fosse qualcosa di misterioso in quel personaggio.
Ma Gesù non rispose.
- Non parli? Ma sai che ho il potere di liberarti o di
crocifiggerti?
- Non avresti nessun potere su di me se non ti fosse stato
dato dall'alto. Perciò chi mi ha consegnato a te
ha una colpa maggiore.
Parole profonde, che richiamavano alla misteriosa volontà
dell'invisibile. Ora Pilato era più che mai deciso
a liberare il prigioniero; ma la folla, anziché
placarsi, urlava più forte:
- Se liberi costui non sei amico di Cesare. - Ecco il
vostro re.
- Crocifiggilo.
- Debbo crocifiggere il vostro re?
- Non abbiamo altro re che Cesare. Chiunque si fa re si
oppone a Cesare.
La frase conteneva una velata minaccia di denuncia a Roma:
Non sei qui per evitare che qualcuno
si ribelli a Cesare? Se non lo condanni manchi al tuo
dovere e ti denunceremo.
La carriera gli premeva e il tumulto si faceva più
pauroso: due motivi più che sufficienti per decidere
Pilato. Sedette, come era richiesto per proclamare le
condanne a morte, e pronunciò la sentenza: «
Ibis in crucem », andrai alla croce. Un urlo di
vittoria, mentre Pilato fissava con disprezzo quella folla
e pensava d'insultarla almeno con la motivazione della
condanna: il degno vostro re è un disgraziato.
Verso il Golgota
L'esecuzione avveniva immediatamente. Furono rimesse a
Gesù le sue vesti, e a braccia aperte gli legarono
strettamente sulle spalle il patibolum, ossia l'asse trasversale
della croce. Per togliere poi ogni velleità di
fuga, si usava anche legare con una cordicella l'estremità
sinistra dell'asse alla caviglia; così il condannato
camminava curvo e impacciato, in modo faticoso e ridicolo,
tale da favorire i motteggi e le cadute.
Il luogo abituale del supplizio era una piccola montagnola,
poco fuori città, su cui erano piantati a terra,
sempre pronti, i pali verticali (stipes). La forma rotondeggiante
di questo rialzo del terreno le aveva meritato il nome
di cranio (calvario, golgota). Gesù, agli estremi
delle forze, non ce la faceva a procedere. Allora i soldati,
a cui premeva eseguire interamente l'ordine di condanna,
forse vicino alla porta della città, costrinsero
un uomo di Cirene a portare la croce di Gesù. Al
condannato rimase solo la tabella col motivo del condanna,
appesa al collo: « Gesù Nazareno, re dei
Giudei ». Probabilmente fu in questa sosta che le
pie donne poterono avvicinarlo e fargli udire più
forte il loro pianto, e riceverne la risposta: «
Non piangete su di me, ma su voi stesse e sui vostri figli
»,
Verso mezzogiorno il piccolo corteo dei tre condannati,
a cui sempre più s'erano aggiunti i curiosi, giunse
sulla cima del Calvario. Non dev'essere stata una grande
folla, nel complesso, e non si temevano incidenti, dal
momento che bastava il comune plotone d'esecuzione, formato
da quattro soldati all'ordine di un centurione, senza
altri rinforzi.
I carnefici seguirono il metodo romano di crocifissione,
con qualche tolleranza agli usi ebraici. Dice la Bibbia:
« Date una bevanda inebriante a colui che è
votato alla morte ». In ossequio a questa norma,
c'erano sempre delle pie donne che, in occasione di esecuzioni
capitali, offrivano ai condannati del vino misto a mirra,
amaro come fiele, che agiva un po' da narcotico. Gesù
non ne volle bere; voleva consumare il suo sacrificio
in perfetta lucidità.
Fu steso a terra sulla trave trasversale, per esservi
inchiodato, dopo essere stato spogliato. A Roma gli schiavi
venivano crocifissi nudi; ciò ripugnava alla sensibilità
giudaica, per cui i Romani accettavano che le pie donne
offrissero un drappo, da legare intorno ai fianchi del
giustiziato. Che per Gesù abbia provveduto a questo
la Madonna, è una di quelle pie tradizioni che
non potranno mai essere provate; ma il fatto in sé
è verosimile.
Steso a braccia aperte sopra il patibolum, furono inchiodate
le mani di Cristo. I chiodi penetrarono nello spazio di
Destot (al centro del polso), ledendo
il nervo mediano e causando uno spasimo che, a detta dei
medici, può far giungere alla pazzia.
E' da collocare in questo momento la prima delle ultime
sette frasi di Gesù: « Padre, perdona loro
perché non sanno quello che fanno ».
Poi, con l'aiuto di funi intorno al torace e al patibolum,
fu sollevato sullo stipes, il grosso palo verticale,
alto circa tre metri, sempre pronto nel luogo del supplizio.
Quasi alla sommità dello stipes era praticato
un incastro, in cui veniva inserito il trave trasversale,
che poi veniva legato al palo o inchiodato. E' dubbio
se nel palo vi fosse infilato un legno sporgente (corno),
su cui mettere a cavalcioni il crocifisso: era possibile
o no, secondo se si voleva prolungare la sua agonia,
o invece renderla più dolorosa e più celere.
Alcuni giustiziati potevano resistere in croce anche
vari giorni, e « perdere la vita goccia a goccia
», come si esprime Seneca. Evidentemente erano
legati, non inchiodati; e avevano il sostegno del corno.
Per Gesù c'era interesse alla morte più
dolorosa e più rapida possibile, stante l'incalzare
della festività pasquale. Quasi certamente gli
è mancato sia il sostegno del corno, sia il suppedaneum,
o sostegno ai piedi. Non neghiamo che possa avere grande
valore, per ricostruire il metodo della crocifissione,
la recente scoperta di Gerusalemme, di un uomo crocifisso
circa all'epoca di Cristo; ma finora abbiamo avuto soltanto
una conferma a quanto già sapevamo, né
si deve credere che esistesse un unico metodo di crocifissione.
Dopo aver fissato alla sommità del palo la tavoletta
con l'iscrizione, furono inchiodati i piedi, alla altezza
della linea di Lisfranc, il sinistro sul destro, con
le ginocchia in flessione (piegate) per favorire la
respirazione con una maggior forza di sollevamento.
I soldati avevano terminata l'esecuzione di quello che
Cicerone chiama « crudelissimo e terribile supplizio
». Non restava loro che spartirsi le vesti, che
per diritto spettavano loro: sopraveste, sottoveste,
cintura, sandali, larga fascia copricapo. La sottoveste
era tessuta tutta d'un pezzo, opera certamente di Maria
SS., per cui pensarono di non tagliarla, ma di sorteggiarla.
Non sapevano che anche questo particolare era stato
predetto dal Profeta (Salmi
21).
Agonia e morte
L'agonia è consistita in una lotta atroce per
respirare: facendo leva sulle mani e sui piedi inchiodati,
il crocifisso si sollevava un poco per respirare; poi
si accasciava. Questo alternarsi di sollevamento e di
accasciamento esauriva un po' per volta le ultime forze,
e così si arrivava alla morte per asfissia.
Durante questi sforzi per sopravvivere, giunsero a Gesù
le prime voci: « Ha salvato gli altri e non può
salvare se stesso; scendi ora dalla croce, e noi ti
crederemo ». Accanto a lui, la voce petulante
di uno dei due ladroni; dall'altra parte la voce contrita
del terzo crocifisso: « Ricordati di me, quando
sarai nel tuo regno ». E subito la grande promessa:
« Oggi sarai con me in Paradiso ».
Tutti i muscoli, impegnati nello sforzo, incominciano
a contrarsi in crampi tetanici. Le contrazioni dei crampi,
oltre allo spasimo che causano, comprimono i vasi sanguigni
rendendo insufficiente la già difficile circolazione.
Per cui il corpo acquista un colore cianotico, violaceo.
Si può contemplare alla lettera la parola profetica
di Isaia, ripetuta da S. Pietro nella sua prima lettera:
« Livore eius sanati sumus »: siamo stati
salvati dal suo livore.
E' presente un gruppetto caro a Gesù. Prima era
tenuto a distanza, come tutti gli spettatori della scena;
ora può avvicinarsi, e Gesù sente accanto
a sé la Madre ed il discepolo prediletto. «
Donna, ecco tuo figlio - Ecco la Madre tua ».
Notiamo che solo in fase di sollevamento il crocifisso
poteva parlare; perciò le frasi sono brevi, veloci,
sofferte. E la sofferenza della vittima doveva essere
al colmo mentre esclamava: « Dio mio, Dio mio,
perché mi hai abbandonato? ».
La spossatezza e la perdita di sangue rendevano intollerabile
la sete. « Ho sete »; uno dei soldati corse
a inzuppare la spugna nell'otre a cui beveva, pieno
di acqua e aceto, e con l'aiuto di una canna l'accostò
alla bocca del crocifisso, distante circa due metri
e mezzo da terra. « Tutto è compiuto »;
veramente aveva compiuto anche quest'ultima profezia
sulla sua passione: « Nella mia sete mi daranno
da bere dell'aceto ».
Erano quasi le tre del pomeriggio e il cielo si andava
oscurando paurosamente. Un ultimo grido: « Padre,
nelle tua mani affido il mio spirito ». E si accasciò
del tutto.
La terra trema, il velo del Tempio si squarcia. I presenti
restano sconcertati e trasmettono lo stesso sbigottimento
al centurione:
« Veramente costui era Figlio di Dio ».
Sembra che la natura voglia partecipare all'avvenimento.
Una diagnosi esatta sulle cause della morte di Cristo,
e sull'acqua (siero) e sangue sgorgati al colpo di lancia,
non trova concordi i medici. I più sostengono
la morte per asfissia. Accenniamo all'ipotesi recente
di medici, soprattutto inglesi, che 1'attribuiscono
a rottura del cuore (della parete del miocardio). Si
spiegherebbe meglio l'ultimo grande grido perché
I'allargamento del pericardio, bruscamente disteso dalla
massa di sangue che lo invade, causa un dolore atroce
e violento, per cui spesso i pazienti muoiono con un
urlo. Ciò che si deduce con certezza dal Vangelo
è che Gesù è stato pienamente cosciente
fino all'ultimo, e che i suoi pensieri erano rivolti
al Padre Celeste.
Gabriele Amorth ssp |