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uasi sempre quando osserviamo le bellezze della natura,
gli sconfinati paesaggi che solo in parte l'occhio umano
riesce a fotografare, l'orizzont e
che divide il cielo dalla terra e l'immensa distesa
delle acque del mare, il nostro cuore si apre alla lode
e al ringraziamento per quelle meraviglie, ma la nostra
mente è portata istintivamente ad interrogarsi
sull'Essere superiore che si nasconde ancor più
meravigliosamente dietro quelle creazioni. I due momenti
sono quasi contemporanei, non essendo possibile distinguere
nettamente lo spazio di azione riservato alla mente
da quello proprio del cuore.
Parimenti il porsi dinanzi alla monumentale opera realizzata
dal nostro Fondatore se da un lato apre il nostro cuore
alla gratitudine a Dio per quanto ha operato attraverso
di lui, entusiasmandoci ed appassionandoci per gli sviluppi
prodigiosi che essa ha avuto, dall'altro fa sorgere
in noi un irresistibile desiderio di conoscere l'uomo
che è dietro tutto questo; siamo naturalmente
portati a domandarci come era don Alberione nella sua
umanità.
L'uomo dell'apostolato della comunicazione, ci chiediamo,
era anche uomo di comunicazione? Come viveva il suo
rapporto con gli altri e quale era la qualità
delle relazioni umane che andava intessendo? Sappiamo
che "pur essendo dono dello Spirito Santo, la comunione
non nasce mediante la violazione delle leggi proprie
della crescita della personalità umana. Dio non
inserisce corpi estranei, meccanismi occulti, additivi
miracolosi nell'organismo e nello spirito dell'uomo.
Dio comunica con l'uomo, e lo fa nel rispetto delle
leggi che egli stesso ha posto nell'uomo; quelle leggi
che regolano i fatti intellettivi, affettivi e decisionali
dell'uomo" (in La sfida di don Alberione, pag.
145 e seg.).
Si ha modo di leggere nei documenti conciliari che Dio
"volle santificare e salvare gli uomini non individualmente
e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di
loro un popolo" (LG 9): ci chiediamo, quanto don
Alberione visse questa dimensione di comunione-comunicazione?
Si cercherà di dare una risposta a tali interrogativi
mediante l'ausilio della testimonianza diretta di chi
lo ha conosciuto ed ha avuto la fortuna di condividere
con lui gli inizi della Famiglia Paolina, fatti di stenti,
ma anche di grande fede.
A chi nel corso di interviste chiedeva se don Alberione
fosse cordiale e sapesse amare le persone, veniva risposto:
"Altro che! Voleva bene. Si interessava molto di
noi. Veniva spesso in tipografia mentre si era al lavoro.
Io correggevo le bozze, lui arrivava quasi in punta
di piedi; mi faceva una lieve carezza, così,
sulla testa: sorrideva" (in Cose nuove, cose
antiche, pag. 19).
Sappiamo, inoltre, quanto qualifichi i rapporti umani
l'attenzione che si presta alle persone e quanto tale
disattenzione sia capace di ferirci profondamente, facendo
incrinare notevolmente tanti rapporti di amicizia e,
nel contempo, rivelando la verità di quegli stessi
rapporti, a volte non autentici.
Don Alberione, invece, dimostrò sempre nelle
relazioni personali questa attenzione, senza mai risparmiarsi.
Si racconta che, durante la guerra, fu l'unico dei superiori
del seminario con cui i giovani seminaristi mantennero
una relazione epistolare: "Io gli scrivevo sovente,
e lui, con tutte le sue occupazioni e preoccupazioni,
mi rispondeva puntualissimo, consigliandomi, incoraggiandomi.
Fece così con tutti i seminaristi che si trovavano
al fronte: fu una vera salvezza per molti...in effetti
nacque di qui la prima idea di seguirlo. I Superiori
del Seminario ci avevano un po' dimenticati, almeno
apparentemente. Se ne provava un po' di dispiacere.
Don Alberione, invece, seguì a fondo le nostre
vite" (ibid., pag. 34). Parimenti a chi angosciato
gli chiedeva che gli scrivesse, implorando aiuto per
il proprio discernimento vocazionale, sentendosi in
una vera e propria "selva oscura", lui rispondeva
con raccomandate, indicando con certezza la volontà
di Dio: "Vieni giù quanto prima; sarai contento
...questa è la volontà di Dio" (ibid.,
pagg. 18-19).
Aveva il dono di rasserenare, facendo risplendere il
sole della pace, solo momentaneamente oscurato da qualche
nuvoletta; ad una Figlia di San Paolo che gli stava
esponendo diverse difficoltà, rispose: «"Ma
tu dubiti che il Signore ci ama?" Io risposi: "Qualche
volta mi viene il dubbio, specialmente quando sono un
po' più cattiva". E lui: " Ma Dio è
Dio e sa amarci anche quando siamo cattivi". Il
modo come lo diceva te lo faceva entrare dentro. Non
è come lo dico io adesso». (ibid.. pag.
69).
Soprattutto era un padre e le relazioni che instaurava
furono testualmente da padre a figlio, come testimoniano
i giovani suoi figli che, alla sera, dopo le preghiere
e dopo il suo "pensierino", come era chiamato,
si mettevano in fila dinanzi alla chiesetta e attendevano
il proprio turno per incontrarlo e sentire qualcosa
da lui! "Si studiava sempre di aver qualcosa, sia
pure insignificante, da dirgli, per questo scambio o
comunicazione di vita" (ibid., pag. 43).
La cura, poi, della persona si estendeva anche ad altre
sfere, tra cui quella familiare; si racconta, infatti,
che ad un giovane che portava con sé la preoccupazione
di aver lasciato la mamma sola, in una situazione economica
molto precaria, disse: "Guarda, sta' tranquillo,
va' avanti, che a tua mamma non mancherà mai
il necessario" (ibid., pag. 30), e così
fu, anzi durante la guerra questa mamma potette aiutare
anche altri in gravi difficoltà. Era in grado,
inoltre, di scuotere e trasmettere gioia, infatti, quando
incontrava qualcuno con cui trattenersi era solito fregarsi
le mani, avvicinandosi sorridente (ibid., pag. 48).
"Gioiva molto a vedere la gioventù. Glielo
si leggeva negli occhi. Le guardava... le osservava
tutte e le accoglieva tutte" (ibid., pag. 91).
Sia nelle meditazioni che nei biglietti di auguri che
inviava, invitava alla gioia; raccontano che prima di
cominciare le sue meditazioni poneva sempre questa domanda:
"Siete liete'?... Dopo faceva la sua predica, magari
anche sulla morte, sul giudizio, sull'inferno, sul paradiso.
Quando ripartiva faceva un'altra domanda, anzi poi era
un imperativo: Siate liete! Siate liete!" (ibid.
pag. 91), "Comunicate gioia, comunicate gioia"
(ibid., pag. 94).
Era un fondatore, inoltre, estremamente semplice, non
esitando a chiedere umilmente ciò di cui aveva
bisogno. Infatti, in occasione di una vestizione religiosa
un benefattore regalò ad un paolino un orologio
di marca tedesca; don Alberione, che era presente, non
esitò a chiederglielo, dicendo: "Oh, è
un mese che predico sull'obbedienza e poi non sono puntuale
agli orari, perché il mio orologio non funziona
sempre bene. Non potrei servirmi io di quest'orologio
nuovo e tu prendi il mio`?" (Ìbid, pag.
43). Grazie a questa sua grande semplicità, pur
di non lasciare alcuna ombra nei suoi rapporti personali,
non esitava a riconoscere le proprie mancanze e a chiedere
pubblicamente perdono; rileggiamo insieme la testimonianza
lasciataci a questo proposito da un suo figlio: "Ho
avuto qualche dissapore con don Alberione, non per divergenze
di vedute, ma perché qualche persona aveva riferito
cose che non erano secondo giustizia e verità
e allora mi sono sentito piovere addosso qualche parola
piuttosto ...agrodolce. Tuttavia, siccome quanto mi
aveva detto non mi sembrava esatto, ero abbastanza tranquillo
e sereno. Ricordo per ben due volte, per non dire tre,
dopo questo tipo di lezioni piuttosto forti, mi manda
a chiamare. Erano le 9.30 di sera. Ero già a
letto; sento bussare alla porta. "Che c'è?".
"C'è il signor teologo che l'aspetta in
tipografia". Feci un rapido esame di coscienza.
Chissà, un'altra lezione ...vado giù e
lo vedo tutto sorridente, cordiale, affabile e quel
che mi ha colpito è stata questa frase: "Senti,
don Chiavarino, tutti possiamo sbagliare. Mi scusi?
Mi perdoni?". "Ma cosa dice, signor Teologo?".
Così altre volte, e ho ammirato la virtù
di questo sacerdote, la sua umiltà, cosa che
non mi è mai capitato da parte di altri reverendi,
che siano venuti a chiedermi scusa" (ibid. pagg.
20-21).
Nei rapporti personali, poi, non esitava a correggere,
specie quando si trattava di proteggere e far crescere
l'identità paolina nei suoi primi seguaci; a
questo proposito ebbe a dire: "Perché andate
ai convegni di qua e di là; andate ad ascoltare
tutti! Andate in giro, perdete la vostra identità,
e poi chi vi riporta a casa?" libid. pag. 70).
Desiderava ardentemente che i suoi figli crescessero
in questa consapevolezza vocazionale, che fossero attenti
ai segni dei tempi: non perdeva, pertanto, occasione
per educarli a questo. Spesso diceva. "Che cosa
si dovrebbe fare'? L'hai letto il giornale? Che cosa
si dovrebbe fare'?" (ibid. pag. 73). Era attento
anche ai cartelli pubblicitari posizionati sulle strade,
esclamando: "Come mi piacerebbe mettere dappertutto
della pubblicità al Vangelo così piena
di richiamo!" (ibid. pag. 42).
Di lui si può certamente concludere dicendo
che fu sì un uomo dai grandi ideali, dalla volontà
ferma, dal carattere deciso, ma soprattutto fu un comunicatore
di speranza, di fede, di gioia, consapevole che ogni
comunità cresce, si alimenta e trova vigore grazie
a tali comunicatori e che ogni uomo ha bisogno di questi
autentici comunicatori. In una società in cui
sembra prevalere l'apparenza e l'ipocrisia, il bisogno
di realtà e di verità nelle relazioni
personali è quanto mai sentito e nel contempo
riconosciuto ed apprezzato contro ogni infingimento
deleterio. Anche in questo don Alberione ci fa da maestro,
insegnandoci a curare i rapporti umani, ad avere attenzione
per ogni persona, rispettandola nella sua dignità,
considerandola non seconda a nessuno, ma unica ed irripetibile
davanti a Dio e, pertanto, non esitando a donarle aiuto,
sostegno, sorriso, considerazione e stima, possibilmente
non ad intermittenza, ma con la continuità e
la solerzia che lo Spirito dona a chi sa porsi in ascolto.
Chi è da Dio, ci direbbe, compie le opere di
Dio, il quale guarda amorevolmente ogni uomo e per ognuno
dona il suo unico Figlio.
Carmela P. |