utti devono considerare solo come padre, maestro, esemplare,
Fondatore S. Paolo Apostolo. Lo è, infatti. Per
Lui è nata, da Lui fu alimentata e cresciuta, da
Lui ha preso lo spirito" (AD 2).
Don Alberione, fugando ogni dubbio in merito, addita come
padre e fondatore, nonché maestro ed esemplare
S. Paolo, che altrove definirà "il santo dell'universalità"
(AD 64). Affermerà di aver conosciuto e apprezzato
questa figura, grazie allo studio e alla meditazione della
lettera ai Romani, in cui più che altrove emergono
"la personalità, la santità, il cuore,
l'intimità con Gesù, la sua opera nella
dogmatica e nella morale, l'impronta lasciata nell'organizzazione
della Chiesa, il suo zelo per tutti i popoli... Gli parve
veramente l'Apostolo" (ibid.).
Da lui quindi apprese l'apertura a tutti i popoli, l'ardore
per l'apostolato, il senso di ecclesialità che
sempre lo caratterizzò poiché S. Paolo conobbe
"il Maestro Divino nella sua pienezza; egli lo vive
tutto; ne scandaglia i profondi misteri della dottrina,
del cuore, della santità, della umanità
e divinità: lo vede dottore, ostia, sacerdote;
ci presenta il Cristo totale, come già si era definito,
Via, Verità e Vita" (AD 159). Altrove spiegherà
ancora meglio i motivi della sua scelta confessando che
"prima di mettere l'istituto sotto la protezione
di S. Paolo Apostolo si è pregato molto. Ci voleva
un santo che eccellesse in santità e nello stesso
tempo fosse esempio di apostolato" (Doc. Cap. pag.
192); e ancora "sovente S. Paolo ci è dato
a metà: noi consideriamolo integro. La dottrina
di S. Paolo è sprone alla vita religiosa. Grande
scoglio e difficoltà si trova a unire due vite;
si è tentati di squilibrio. Gli scogli sono: o
vivere troppo per noi, o vivere troppo per gli altri...
La vita contemplativa è anima dell'attività"
(ibid.).
S. Paolo, quindi, seppe coniugare mirabilmente la vita
contemplativa e quella attiva, l'intimità con il
Maestro divino con la dedizione all'apostolato. Don Alberione
sottolinea che proprio questo connubio emergente dai suoi
scritti, lo rende non uno dei modelli ai quali rifarsi,
ma il modello, il prototipo della vita religiosa paolina,
contemplativa e attiva allo stesso tempo. Come infatti,
si è evidenziato, l'espressione paradigmatica paolina:
"Non son più io che vivo, ma Cristo vive in
me" (Gal
2:20), non può vedere esaurita la sua portata
ad una accezione prettamente spirituale o addirittura
intimistica, dal momento che ci è difficile pensare
ad un Paolo dedito esclusivamente alla cura, quasi "estetica"
dell'anima, noncurante, nel frattempo, del bene dei fratelli.
Tutt'altro, S. Paolo proprio perché ha incarnato
così profondamente i pensieri, i desideri, l'Amore
di Cristo, naturalmente, di certo senza troppi calcoli
e programmi, ha sentito il bisogno di comunicarlo, facendolo
conoscere a destinatari diversi e sempre più numerosi.
Tuttavia, come emerge dagli scritti del Fondatore e come
più autori hanno sottolineato, fulcro della spiritualità
paolina non è San Paolo apostolo, ma Gesù
Maestro Via, Verità e Vita; esortava, infatti,
i suoi figli a diffondere il messaggio della salvezza
con l'ardore che animò San Paolo. L'Apostolo delle
genti, cioè, è il modello a cui tutta la
Famiglia Paolina dovrà guardare, i cui scritti
dovrà per questo approfondire e vivere, anche se
trattasi del "modello principale, un modello appassionato
e completo, vivo e convincente" (J. M. Galaviz Herrera,
Il carro paolino, p. 110). Paolo, infatti, è colui
che, nella totalità della donazione e della sua
offerta al Maestro, si è fatto tutto a tutti 1Corinzi
9:23), tutto ha reputato una perdita di fronte alla
sublimità della conoscenza di Gesù Cristo;
per Lui ha affrontato "tribolazioni, necessità,
angosce, percosse, prigioni, tumulti, fatiche, veglie,
digiuni" (2Corinzi
6:5) pur di conquistarne qualcuno al Vangelo, certo
che "la parola della croce è stoltezza per
quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano,
per noi, è potenza di Dio" (1Corinzi
1:18). Padre premuroso nei confronti dei figli generati
in catene a tal punto da esclamare: "Non siete davvero
allo stretto in noi" (2Corinzi
6:12); sollecito a benedire Dio Padre che in Gesù
"ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale"
(Efesini
1:3). Talmente addentrato nel mistero di Dio da supplicare
il Padre perché illumini gli occhi della mente
dei suoi figli affinché comprendano "a quale
speranza li ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude
la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria
grandezza della sua potenza verso di noi credenti secondo
l'efficacia della sua forza" (Efesini
2:18).
Inoltre ciò che colpisce in particolare il lettore
degli Atti degli Apostoli è la constatazione che
l'attività apostolica di Paolo si snoda tutta alla
luce dello Spirito, per cui ci sentiamo di affermare
senza esagerazioni, che è lo Spirito il vero protagonista
della sua missione; è lo Spirito che suggerirà
le tappe, gli itinerari da seguire. Altrove, a ragione,
egli riconoscerà di essere "avvinto dallo
Spirito" (Atti
20:22) e di procedere unicamente sotto la sua mozione.
Quale insegnamento per noi chiamati a realizzare nella
Chiesa quella missione per la quale siamo stati scelti
e consacrati; è lo Spirito, quindi, che dopo averci
consacrati ci invia; alla sua voce dovremo prestare ascolto
per compiere quello che non può essere per noi
semplice volontariato, ma missione, cioè dono di
noi stesse per mandato divino. Interrogarci su quanto
lo Spirito ci chiede in questo momento particolare della
nostra esistenza diventa allora indispensabile per camminare
sui solchi di colui che Don Alberione ci ha indicato come
padre.
Sia questo allora il nostro andito: essere attenti allo
Spirito, ascoltarlo e, anche se a volte con fatica, prestargli
l'obbedienza della nostra volontà. Tutto questo
evidentemente presuppone spirito di preghiera e di sacrificio
che caratterizzarono la vita di Paolo.
Non c'è infatti apostolato senza sacrificio, senza
croce, senza spargimento di sangue: "Siamo figli
di Dio. E se siamo tigli, siamo anche eredi: eredi di
Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle
sue sofferenze, per partecipare anche alla sua gloria"
(Romani
8-16:17 ). Ogni donazione, inoltre, comporta naturalmente
un rinunciare a qualcosa a favore di un donatario; il
Signore potrà chiederci di rinunciare ad una attività,
all'onore, alla stima di quanti ci sono accanto; apparentemente
potrà sembrare noncuranza la nostra, ma su quelle
basi di obbedienza e di amore, di certo egli vuole costruire
la nostra missione e non quella a cui noi avevamo precedentemente
pensato. "II vento soffia dove vuole, senti il suo
sibilo, ma non sai donde viene né dove va. Così
è di chiunque è nato dallo Spirito"
(Giovanni
3:8).
San Paolo, infine, ci ricorda che "ciascuno raccoglierà
quello che avrà seminato. Chi semina nella sua
carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi
semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà
vita eterna. E non stanchiamoci di fare il bene; se infatti
non desistiamo, a suo tempo mieteremo" (Galati
6-7:9).
Carmela P.
Data della prima
pubblicazione
di questa pagina sul Web:
29Giugno 2005
Data ultima modifica:
2006-04-07 6:25