risto descrive ancora il giudizio finale.
È un racconto che allocchisce i discepoli. E anche
noi.
Nonostante la smaliziata aria di saputelli atomici.
Passa un gregge.
Ed ecco lo spunto: Cristo lo prende al balzo e dice: -
Io sono il buon pastore.
In Oriente è uso che il pastore cammini innanzi
al gregge.
Cristo aggiunge:
- Le mie pecore mi conoscono e mi seguono. Partendo dall'ovile,
al mattino, i pastori dividono i greggi raccolti insieme
la notte. Ogni pastore dà il suo grido caratteristico.
Le pecore riconoscono la voce del padrone e d'istinto
lo seguono.
A sera, i pastori riconducono i greggi insieme, ma prima
segregano dal grosso i maschi, ché non fac cian
baruffa d'amore, ora che non han la preoccupazione di
brucare l'erba al pascolo.
Ed ecco le immagini della parusia finale: Dio separa le
genti come il pastore separa agnelli e pecore dai maschi.
A destra e a sinistra. Le pecore e i caproni.
Passano mendicanti, pellegrini, ladruncoli tra le guardie.
Ed ecco suggerita la legge della discriminazione, il principio
di premio e di condanna: l'amore concretato nel servizio
effettivo ai fratelli. Pane all'affamato, vestito all'ignudo,
porta aperta al forestiero e al pellegrino.
Mercoledì è il penultimo giorno prima di
Pasqua. Cristo prende fiato dopo le polemiche di ieri.
Raccoglie le forze per la volata sul traguardo dell'amore
più alto, si prepara allo sprint più arduo.
Per domani sera - la Cena! - e per la notte al Getsemani
e per la mattinata - per il buio a mezzogiorno - per il
meriggio di sangue, raccoglie le forze.
In Gerusalemme, invece, i nemici della luce non stanno
con le mani in mano. Si agitano. Moltiplicano le riunioni.
Viva la burocrazia che talvolta dà impressione
di vita intensa. E non si dica che è una invenzione
del diavolo.
Ma sembra sia inevitabile che quando le idee non ci sono
oppure sono poche e confuse, si cerchi di consolarsi con
il surrogato meno intelligente delle riunioni, chiacchiere,
congressi, polemiche, con l'agitarsi nei corridoi.
Quando fa cilecca il buon governo, fa festa il sottogoverno.
Toglier di mezzo Cristo.
Ecco la faccenda da sbrigare al più presto. Ma
occorre farlo senza turbare l'ordine pubblico, senza scatenare
la reazione popolare e le rappresaglie del presidio romano.
Bisogna sbrigarsi. Concludere prima delle feste di Pasqua.
Ore non più giorni. Ma come fare?
Alla Pasqua mancano soltanto due giorni. Come arrestarlo
Cristo, se sta sempre tra la gente? Già vari tentativi
sono falliti.
Ma ecco l'aiuto insperato. Giuda.
L'Iscariota è introdotto con premurosa sollecitudine
dal sommo sacerdote, circondato da vecchi gottosi, striscianti
untuoso servilismo.
Giuda non si perde in preamboli:
- Quanto mi date? Ve lo do in mano io.
È così deciso che la cosa non si discute
nemmeno. Sa il fatto suo Giuda.
Discutono poco sul prezzo. Loro sono generosi. Giuda è
tanto avaro che subito si accontenta. Loro sono disposti
a qualunque prezzo. Ma han la fortuna di trattare con
uno strozzino. Trenta monete d'argento. I1 luccichìo
convince subito Giuda.
Trenta monete. Non trenta denari romani, ma trenta sicli
pari a ben centoventi denari romani. Trenta stateri. Suppergiù
il prezzo del nardo prezioso di Maria Maddalena. Il prezzo
del tradimento è pari a quello dell'amore.
Il tradimento è un amore frustrato, deluso, capovolto,
traviato.
Trenta denari. Il prezzo di uno schiavo.
IL VERO TRADIMENTO DI
GIUDA
Con trenta stateri tintinnanti nella borsa, Giuda riprese
la strada verso Betania, sicuro di trovarvi il Maestro.
Camminava solitario, spesso inciampando, talora quasi
scontrandosi con i pellegrini o i greggi.
E tutti si voltavano a riguardare quel galileo dalla
barba incolta, che camminava come uno scimunito a testa
china, immerso in chissà quali pensieri, stringendo
la borsa appesa al fianco.
Trenta stateri o sicli. Pari a centoventi dramme o denari
romani. I1 mensile circa di un operaio. Centoventi lire
in oro. Il prezzo di uno schiavo ben valido o di un
bue. Suppergiù da centocinquanta a centottantamila
lire.
Aveva contrattato bene Giuda. Un buon affare.
Ma perché tradiva il Maestro? Lo sollecitava
l'avarizia, certo. Ma soltanto questo?
Forse, oscuramente, volle rendere paradossalmente un
servizio a Cristo, buttandolo allo sbaraglio, costringendolo
a dimostrare la sua potenza sui suoi nemici, in uno
scontro diretto, petto a petto. Per ripristinare finalmente
il famoso regno, per controllare a tu per tu, se non
era tutta una montatura, una bella balla.
Il cuore di Giuda è un guazzabuglio.
C'è chi lo ha chiamato, a ragione, «nostro
fratello Giuda».
Il suo dramma è tremendo. Perché anch'egli
certo amò Cristo. Sinceramente.
Per lui aveva lasciato tutto.
Poi si riprese via via più di quello che aveva
lasciato.
In realtà tradì il Maestro e lo vendette
la prima volta che fece il furbo e cedette alla tentazione
di nascondere uno spicciolo, facendolo sparire, scivolare
dalla borsa affidatagli; quando alla borsa comunitaria
affiancò di straforo quella sua personale, nella
quale, per osmosi, finì sempre più denaro
da quella.
L'amore dell'oro acceca. Ottunde.
La cupidigia strozza ogni sentimento, lo affoga. Come
si fa con i gattini, quando sono di troppo. Chi ama
la terra diventa terra.
Dov'è il tuo tesoro, ivi è il tuo cuore.
Il cuore di chi ama l'oro, diventa di piombo.
Ma il vero tradimento di Giuda non è questo.
È’ la disperazione, il rifiuto del perdono.
L'Iscariota aveva visto Gesù perdonare e redimere
usurai e prostitute. Aveva udito la parabola del figliol
prodigo e della pecora smarrita, della festa in cielo
per la contrizione del peccatore, il precetto di perdonare
490 volte. E proprio lì a Betania non c'era la
prova vivente, la peccatrice Maria, diventata da amante
di lusso l'innamorata penitente? Invece Giuda si impicca.
Si pente, ma non chiede perdono.
Restituisce i trenta sicli del tradimento, ma non crede.
Rifiuta l'amore.
Poco lontano dalla croce del Calvario, venerdì,
ad un ulivo nella valle del Cedron, l'Iscariota lega
la corda per morire. La lega in modo tanto maldestro
che perfino si scioglie. Ma troppo tardi. L'anima stravolta
dell'economo apostolico - senza il becco di uno spiccio
(come succede a tutti, avari o no, miliardari o poveri
in canna) - è già partita per il mondo
di là, dove i quattrini non valgono un bel niente,
dove valgono i fatti e non le chiacchiere o le valute
convenzionali. Quel corpaccio si schianta al suolo,
squarciandosi orribilmente. Giuda, come spesso succede,
ha sbagliato l'ultimo affare, il più importante.
Ben più che con il tradimento, Giuda ingiuriò
Cristo con il disperare del suo perdono. Fu l'oltraggio
sommo ricevuto da Dio, l'iniquità somma commessa
da Giuda.
Non si dispera dell'amore. Mai.
Cristo è infinitamente più grande dei
miei errori, della mia vigliaccheria.
Fratello Giuda. Fratello nel tradimento. E poi stop.
Io devo prendere un'altra strada. Anziché la
corda, piego le ginocchia. Che Dio me lo conceda fino
all'ultimo giorno.
Armando Giovannini ssp |