ei giorni al centro della storia. Anzi nemmeno sei giorni.
Dal sabato alla Parasceve.
Dal convito di Betania alla cena muta di Maria e Giovanni
la sera del sabato di Pasqua.
La risurrezione di Betania e quella del Giardino ne sono
la prefazione e l'epilogo.
La prova generale e l'anteprima mondiale.
Dal profumo del nardo genuino nella cena da Simone il
Lebbroso, agli aromi funebri, prima del tramonto di venerdì.
Sei giorni che incominciano con una grande cena e terminano
con il sapore delle erbe amare al Cenacolo e col fiele
e l'aceto sul Golgota.
Gli inni del convito pasquale, i lieti conversari, il
testamento d'amore affogano nella disperata preghiera
tra gli ulivi e i rantoli sul colle del Teschio.
Dalla cena rumorosa con Lazzaro, l'amico risuscitato,
al clamore dei «Crucifige! », dagli «Osanna»
al gran silenzio del sabato, vuoto come il pomeriggio
d'una domenica inglese.
La morte mistica consumata nel pane azimo spezzato per
i fratelli nel Cenacolo, s'effonde con la morte cruenta
nel sangue sudato nel giardino di Getsemani e spremuto
sul torchio della croce fino all'ultima goccia.
Dagli «Osanna» dei fanciulli - festosi squillanti
giulivi come l'esposizione delle gemme a primavera, echeggianti
tra lo sventolio argenteo dei rami di ulivo, nell'ingresso
da Betfage a Sion - ai rauchi prima incerti poi sempre
più compatti tumulti della claque: «Barabba.
A morte. Alla croce».
Poi il gran silenzio.
Giorni del sangue.
La solitudine dell'amore che dà la suprema testimonianza.
« Non c'è amore più grande di chi
dà la vita».
E il silenzio del sepolcro e le porte sbarrate di paura
al Cenacolo ingoiano e placano clamori, crucifige ed osanna,
lacrime e sudor di sangue, ceffate e sguardi appassionatamente
impotenti.
E il silenzio freddo del sepolcro è vigilia di
nuova vita.
Nella tomba nuova Cristo morto è il grano di frumento
che germoglia.
Il sole sorgerà caldo dal morto sasso sul far dell'alba.
II settimo giorno.
PROTAGONISTI
La folla.
Gli amici.
I nemici.
I curiosi, in cerca di sensazioni. Spettatori. «Portoghesi»
che si vogliono godere uno spettacolo a sbafo.
Maria.
Maria, la madre.
Maria, di Magdala. L'innamorata, seconda solo alla Vergine.
Maria Salome.
Maria, madre di Marco. Maria di Cleofe.
Le donne. Tutte Maria. Tutte innamorate. Vergini e peccatrici.
Presenti. Fedeli come soltanto sanno esserlo le donne,
nei momenti supremi. Madre sorella amante sposa infermiera
vedova orfana. La donna sa essere tutto quando l'amore
la trasfigura. È viva soltanto se è innamorata.
Fedele all'amore per sempre. Oltre la vita.
Veronica.
La moglie di Pilato.
Le donne piangenti sulla via del Calvario. Coefore tutte
dell'amore.
Lui. Cristo.
Solo.
Nel pane azimo spezzato e nel calice libato sorso a
sorso di mano in mano, nella stanza superiore del Cenacolo.
Cristo capotavola. In un girotondo d'amore e di tradimento.
Solo. Annientato. Mangiato. Bevuto. Digerito. AnnuIlato.
Solo nel giardino di Getsemani. Nel sudore d'agonia
sanguigna. Terribilmente sveglio tra la sonnolenza degli
amici.
Solo tra i soldati, legato come un malfattore. Solo
in tribunale.
Solo sotto i flagelli e gli sputi, solo sotto la corona
di pruni e i crucifige, solo sotto il manto di porpora
e la croce, solo inchiodato al patibolo e nel freddo
silenzio del bianco lenzuolo funebre, al buio del sepolcro.
Solo nel clamore davanti al Sinedrio o nel pretorio,
solo sul colle del Teschio, solo sempre.
La solitudine è la vera passione dì Cristo.
Il non sentir più alcuno: né il Padre,
né la Madre, né gli amici, né i
beneficati, né i battiti del cuore di Maria Maddalena.
Eppure essi gli son vicini. Ma egli non li sente. È
solo.
La sua voce. Le sue parole. I discorsi accorati dell'addio
sono poema inenarrabile d'amore, e rantolanti dal legno
della croce sono il testamento di Dio.
I suoi silenzi.
Nel silenzio. Tra il vociare dei falsi testimoni. Nel
pretorio. Tra gli schiamazzi della plebaglia. Appeso
a tre chiodi. Tra le sghignazzate degli scribi. Sigillato
dalla grossa pietra rotolata all'imbocco della tomba,
mentre i soldati di guardia giocano ai dadi e alla mora.
Parole e silenzi D'amore
In Cristo tutto e amore Sempre Ma specialmente questi
tremendi sei ultimi giorni. I giorni scarlatti dell'amore
infinito.
PAROLE
E SILENZI
Parole vive di Cristo. Molte sono ancora
là nell'Evangelo.
Silenzio vivo di Cristo. Nell'ostia viva.
Silenzio purpureo di Cristo rantolante in croce.
Vangelo. Ostia. Croce.
Parole. Pane. Abbraccio d'amore.
Parole dei ricordi.
Le parole rivissute in Oriente e i ricordi della mia
vita piena di vuoto e inutile fracasso.
Silenzi delle notti di Terrasanta. Il lago. Il deserto.
I monti. Le orme del Cristo riaffiorano ovunque, qua
e là.
Le orme di Cristo sommerse nella confusione delle lingue,
sotto gli orpelli della devozione bigotta, soffocate
dall'indifferenza, dal feticismo, dalla dimenticanza
egoista. Si ritrovano nel deserto, sul lago, nel cielo
di Palestina.
Gioia e dolore.
Cristo vivo e la mia viva debolezza.
Lui e io.
La vita.
Parole di Cristo palpitanti. Sempre nuove. Sempre vere.
Evangelo.
Esempio di Cristo. Vivo.
Perché lui è vivo. Il suo sepolcro è
vuoto. L'ho visto. Lui è vivo. In mille modi.
Nessuno è più vivo di lui E' accanto ad
ognuno.
È vivo in ogni fratello.
Cammina per le strade del mondo. Geme sotto l'ingiustizia,
muore ogni giorno di fame, di sete, schiacciato dall'odio,
dall'egoismo, cancellato dalla faccia della terra, esule,
proscritto, sepolto. E ogni giorno risorge per tornare
a vivere nei tuguri, sui marciapiedi, per giacere nei
dolorosi giacigli moltiplicato per interminabili corsie
d'ospedale (magari in corridoio perché per lui
non c'è posto, non può pagarsi una camera),
per essere incatenato, sbattuto in prigione, umiliato
sul lavoro, respinto agli sportelli, costretto a fare
la fila, rimandato senza fine a domani, costretto a
uccidere un fratello che non aveva mai incontrato, disintegrato
dall'atomica, dalla pubblicità, dalla lebbra...
per risorgere ancora, indefettibilmente, nel sorriso
timido della vergine, nelle lacrime d'una madre, nel
sudore dell'uomo, nel sorriso del bimbo, nel desiderio
del giovane.
Cristo vivo nell'ostia.
Pane sempre pronto a lasciarsi spezzare. Per sfamare
la fame di tutti.
Crocifisso.
Cristo morto. Freddo. Senza respiro, senza sguardi nel
sangue ancor tiepido. Tre chiodi che il rinnovato rifiuto
dell'uomo ogni giorno ribatte per immobilizzarlo al
legno. Anch'io lo conficco in croce e gli impedisco
di chiudere su di me le sue braccia. Fuggo, non voglio
accettare il suo abbraccio allargato all'infinito.
Ma lui non si stanca: aspetta sempre con pazienza divina.
Perché la pazienza è il termometro dell'amore.
A.Giovannini ssp |