il punto migliore per la visione più grandiosa
di tutta Gerusalemme. Anch'io mi sono fermato qui, il
tempietto maomettano di Betfage (casa dei fichi immaturi)
a fotografare e riprendere cinematograficamente la grandiosa
panoramica di Sion dispiegata a ventaglio innanzi allo
sguardo.
Qui c’è la chiesetta del «Dominus flevit».
Cristo che piange.
Mi sono fermato, la mia tenuta di turista che gioca a
vestire indigeno (il mantello mi impiccia, il turbante
mi va di traverso) mi è di aiuto, una volta tanto.
Getto cineprese ed esposimetri in taxi, e apro il Vangelo.
Non per leggere. Non ci riuscirei. Ma, vedendomi immerso
nella lettura, mi lasciano in pace. Apro il libro per
vedere, per rivivere la scena di quella domenica mattina.
Cristo fermo, in questo punto. Qui. Lo sguardo domina
in un solo colpo d'occhio tutta Gerusalemme dalla valle
del Cedron laggiù, estesa su su fino al cieIo,
su tutta la collina di fronte.
Tutto il gregge di casette accucciate una vicino al l'altra
come pecore al pascolo. Immobili, col muso basso per l'afa
del meriggio. E sovrastante l'attenzione, su tutto, è
la visione incomparabile del Tempio, con la sua mole grandiosa
sfavillante di marmi, bianchissimi al sole.
Gesù contempla questo panorama.
Quasi non sente le grida di entusiastica ammirazione dei
discepoli:
- Maestro, non è la cosa più bella del mondo?
E si volgono a lui. E restano interdetti, perché
Gesù piange.
Il pianto di Cristo. Lacrime vere.
Cristo, compagno di viaggio, piange perché ama
la sua patria.
Lacrime eterne. Che si mescolano alle lacrime delle madri
e dei figli, degli emigranti e dei malati, dei bimbi e
dei morenti. Degli esuli e dei proscritti. Pianto redentore.
Lacrime del figlio che torna al Padre, lacrime di madre
sul figlio che si perde.
La storia degli uomini è un rosario di lacrime.
Gioia e dolore. Si piange anche per troppa gioia. Lacrime
del ritorno. Lacrime delle spose, lacrime degli innamorati,
lacrime di preti. Poche. Ma più preziose. Nascoste.
Ma più vere.
Le lacrime son seme di gioia, son rugiada che rinfranca
l'anima. Il dono delle lacrime. La grazia delle lacrime.
Ma solo se piango come Cristo, non su di me, ma per gli
altri, son vero. Come lui.
FOGLIE SOLTANTO FOGLIE
Lunedì
La cronologia degli ultimi giorni è incalzante.
I sei giorni. Anzi ormai sono cinque soltanto, e nemmeno
completi.
I 'evangelista che meglio fa capire la consecuzione
dei fatti è Giovanni Marco. Ma per ritrovare
i colloqui apriamo Giovanni. Ambedue hanno per suggeritori
la memoria fedele e le donne, che del passato hanno
un ricordo innamorato tutto particolare.
E’ chiaro perciò in Marco l'accenno alla
notte tra domenica e lunedì (Marco
11:11), la notte tra lunedì e martedì
(Marco
11:19), il mercoledì (Marco
14:1), il giovedì e la sua sera (Marco
14,12:17), la mattina di venerdì, il suo
pomeggio e la sua sera (Marco
15,1 e 25 e 42).
Ma sarà Luca a dirci che Gesù in questi
sei giorni «stava durante il giorno nel tempio
a insegnare. Durante la notte poi, uscito fuori, vegliava
sul monte degli, Ulivi. E tutto il popolo si affrettava
di buon mattino al Tempio per ascoltarlo».
La notte al monte degli Ulivi. Cioè, a Betania.Giorni
intensissimi di Cristo, questi. Di giorno al Tempio,
in ministero. La notte, varcato il torrente Cedron,
in casa con Maria o in solitudine tra gli ulivi del
Giardino, col Padre. Come la giornata del prete.
Di buon mattino per le anime, fino a sera tarda. E
la notte, rubare ancora un poco di tempo per la preghiera,
per stare con Dio, per parlare con il Padre. Per stare
con Maria. Nell'intimità. Per ricaricare, rifare
il pieno, e precedere domani mattina il canto del gallo.
Vita intensa. Tesa al frutto. Non vano agitarsi, dinamismo
vuoto, messinscena qual e quella del fico con le sue
grandi foglie inutili.
Una pianta di fico incontrò sul suo cammino,
il lunedì, Cristo, venendo da Betania al Tempio.
Foglie. Foglie. Neppure un frutto. Li cercò lui,
proprio con le sue mani. Non ne trovò. Maledisse
la pianta, che subito calò le foglie, intristita.
E domani, ripassando, gli apostoli noteranno l'albero
secco dalle radici addirittura (Marco
11:21).
Il mistero di questo simbolo, è analogo alla
brocca di Geremia. Perché nota bene l'evangelista:
«non era la stagione dei frutti». Ma per
Cristo che pesca i pesci anche in pieno meriggio è
sempre la stagione dei frutti. Sotto le foglie inutili,
vedi un'ennesima lezione al fogliame farisaico ostinatamente
privo di frutti, e quindi meritevole di maledizione,
di sterilità eterna.
Don.A. Giovannini ssp |