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rentadue anni. Venti dei quali quasi senza storia e
dodici di umile servizio
religioso nella categoria dei membri meno in vista di
una congregazione da
poco affermata; una morte sopraggiunta rapidamente a
una malattia inesorabile e improvvisa. Ecco la vita
di fratel Andrea M. Borello nei suoi termini più
semplici. Una vita capace di scoraggiare qualsiasi penna,
se non si fosse levato unanime il coro di quanti lo
hanno conosciuto ad esaltare le umili gesta di questo
autentico Servo di Dio e ad imporlo alla considerazione
dei molti, vicini e lontani, che ora guardano a lui
con sempre maggior desiderio di scoprirne i segreti
dell'animo al fine di calcarne le orme.
Dobbiamo dunque ripercorrere insieme le tappe di questo
breve cammino per cercare di scoprire il perché
di una fama crescente ogni giorno, di un rimpianto corale
e sincero, di una ammirazione unanime.
Chi è costui? Che cosa ha fatto? Perché,
a molti anni dalla morte, se ne parla ancora e con sempre
maggiore interesse?
CENNI BIOGRAFICI
Il Servo di Dio Andrea M. Borello nacque a Mango, presso
Alba (Cuneo), il mercoledì 8 marzo 1916.
Santificò la sua giovinezza nella preghiera,
nel lavoro accettato e offerto sull'esempio di S. Giuseppe,
come mezzo di santificazione propria e di redenzione
dell'umanità nell'apostolato tra le file della
Gioventù Cattolica.
A vent'anni, - 8 luglio 1936 - assecondando la chiamata
del Maestro Divino, entrò nella Pia Società
San Paolo come aspirante Discepolo del Divin Maestro.
Nel desiderio di rendere con la sua vita il massimo
di gloria a Dio e di bene agli uomini, si consacrò
generosamente all'Apostolato delle Edizioni, collaborando
con i Sacerdoti paolini all'opera di Magistero mediante
i mezzi moderni di comunicazione sociale.
Nel suo grande amore per la vocazione e per la Congregazione,
con il consenso del suo Direttore spirituale, fece speciale
offerta della sua vita a Dio, affinchè tutti
i chiamati fossero fedeli alla grazia della Vocazione
ricevuta. Gesù Maestro si degnò di accogliere
l'offerta del suo fedele Discepolo.
Moriva santamente il sabato 4 settembre 1948. Aveva
32 anni.
L'OFFERTA SUPREMA (pag.205-210)
La vita di fratel Borello, al suo tramonto, ha bagliori
di autentico eroismo e di soprannaturale illuminazione.
Perciò sentiamo più che mai la difficoltà
di stendere queste ultime pagine della nostra dolce
fatica. Ci sembra davvero di commettere un sacrilegio,
indagando, frugando, magari storpiando, una storia che
è troppo al di sopra delle comuni storie, una
storia i cui fatti salienti sono tutti interiori, guidati
unicamente dalla grazia di Dio.
Rinnoviamo dunque il nostro atto di umiltà, tanto
più necessariamente in quanto ci avviciniamo
alla consumazione, davvero sublime, di un olocausto
che fu d'una intera vita.
Abbiamo già considerato quanto fratel Borello
fece per la sua vocazione e per quella dei suoi fratelli.
Abbiamo detto la pena del suo cuore di fronte agli abbandoni
di chi aveva scelto la sua stessa via e il suo stesso
ideale.
Ebbene, questa preoccupazione e questa pena, ad un certo
punto della sua vita, gli suggeriscono di porre in azione
il mezzo supremo, per vincere una così santa
battaglia.
Egli chiese ed ottenne di poter offrire la sua vita
per le vocazioni. Iddio lo esaudì.
Diamo a questo punto, la parola a chi ricevette una
confidenza così straordinaria e così unica.
Dice adunque il suo direttore: “Fu nel 1947 (ma
ora non posso ricordare esattamente, né il mese,
né il periodo di quell'anno) che fratel Borello,
in una delle sue visite periodiche per la direzione
spirituale con semplice franchezza, senza iattanza,
stando in piedi davanti al mio tavolo, mi chiese, come
cosa pensata da lungo tempo, di fare l'offerta della
sua vita a Dio per il buon avvenire della congregazione,
soprattutto per il consolidamento del gruppo dei "discepoli".
Un'offerta di questo genere, in fondo è implicita
nella stessa professione della nostra vita religiosa,
ma in qualche spirito, come in fratel Borello, ad un
certo punto, essa si dichiara come un senso nuovo, più
pieno, più ardimentosa e immediato: diviene l'offerta
eroica di quella cosa a cui realmente più teniamo:
la vita. Si dice a Dio: "Quella terribile realtà
che è la morte, io l'accetto volentieri non appena
ti piaccia. Sono subito a tua disposizione, e gradirei
accettare la morte per questa o quest'altra finalità
particolare". Vero eroismo di fede e di carità.
Io non familiarizzavo esageratamente con questo ordine
di pensieri e rimasi incerto sulla cosa, per cui giudicai
opportuno prendere tempo per me e per lui. Risposi press'a
poco: - Bene! L'idea merita molta considerazione. Pensiamoci
e preghiamo Dio per un periodo di tempo ancora. -
Ne parlammo, infatti, una seconda volta, dopo qualche
mese. Ma fu, credo, agli Esercizi Spirituali dell'anno
seguente - marzo 1948 - che si disse la parola definitiva
e, con il mio consenso, fratel Borello fece l'offerta
eroica della sua vita. La sua salute era allora invariabilmente
buona, ed io non pensai che Dio avrebbe accettato con
tanta premura l'offerta semplice e totale del suo discepolo,
mancato all'inizio del settembre successivo »
Eccoci affacciati sull'abisso delle profondità
di una anima, che ha capito Dio e il suo amore. Non
meravigliamoci se non riusciamo a comprendere, se stentiamo
a credere, se le nostre categorie mentali vengono scombussolate.
Capita sempre così quando ci si affaccia sugli
abissi del soprannaturale... Di fronte a queste visioni,
tanto al di sopra dei nostri schemi usuali, a noi è
possibile soltanto balbettare. Non ci meravigliamo dunque,
se non riusciamo a capire. Accontentiamoci di costatare
i fatti, così lontani dalla nostra logica abituale.
Si può dunque, a trent'anni, estinguere in se
stessi il desiderio di vivere? Si può pensare,
a trent'anni, che Dio chieda il sacrificio di una vita
così giovane, così utile a una istituzione,
in cambio di un dono, che, in definitiva, dipende molto
dalla buona volontà dei singoli? Si può
credere che Dio impegni la sua sapienza accondiscendendo
all'entusiasmo mistico di una creatura, sia pure ricca
della sua grazia? Per poter rispondere bisognerebbe
penetrare nei segreti di Dio, del suo amore, delle sue
liberissime scelte, dei suoi imperscrutabili disegni.
E bisognerebbe penetrare nelle profondità di
un'anima, interpretarne gli slanci, comprendere il significato
riposto di una preghiera, di un'offerta, chiusa gelosamente
nel segreto di un dono particolare di illuminazione
e di forza.
L'una e l'altra cosa non ci è dato di fare in
alcun modo.
È inutile quindi che avanziamo delle spiegazioni...
Restano, come abbiamo detto, i fatti. E i fatti sono
questi. Metà del mese di luglio del 1948, tre
mesi dopo l'offerta: fratel Borello è colpito
improvvisamente da una strana malattia. Diciamo strana
perché per diverso tempo il Prof. Edoardo Borra,
primario della casa di cura di Alba, pur con tutta la
buona volontà e l'esperienza, non seppe, dai
sintomi, diagnosticare il male. Questo, infatti, si
presentò subito con caratteristiche di particolare
violenza: una febbre altissima, una generale prostrazione...
Fu trasferito in infermeria ove fu oggetto di partiticolarissime
cure ed assistenza, sia da parte del medico come dell'infermiera
suor Letizia e di tutti i confratelli. Nessuna cura,
tuttavia, portava il benché minimo miglioramento,
anzi, la febbre persisteva, la prostrazione aumentava
e aumentava la difficoltà di parlare, di muoversi,
perfino di ricevere le cure necessarie. Tutti erano
preoccupati. Il medico stesso confessava di non capire.
Lui, fratel Borello, - come ebbe a dire un fratello
che lo interrogava sul suo stato - nulla sapeva di preciso
e attendeva...
Che cosa attendeva?
La certezza che il suo olocausto fosse stato accettato?
In ogni modo, tutti ammiravano in lui la serenità
e la pazienza dimostrate nella malattia. Ancora e sempre,
contento di quanto avveniva apprestato di cure e di
sollievo, nulla chiedeva, tutto sopportava.
Il medico, intanto, si mostrava sempre più perplesso:
non riusciva a decifrare quel male, pur così
implacabile e persistente... Confidò pertanto
la sua angustia a Don Roatta, che per il suo ufficio
e anche per i particolari legami con l'infermo, si faceva
vedere spesso in infermeria.
Don Roatta, di fronte alla perplessità del medico,
pensò informarlo di ciò che egli riteneva
la vera causa di quel male.
« Poiché sapevo con chi parlavo - egli
dice - feci cenno al Prof. Borra della singolare offerta
che il nostro "discepolo" aveva fatto a Dio
qualche mese prima; al che il medico rispose: - Quand'è
così, niente da fare. Già mi sono disperato
in Africa a curare una suora della Consolata che per
me rimase un enigma. Seppi poi che era nelle stesse
condizioni di spirito di cui lei parla ora a proposito
di questo suo confratello» . Intanto lo stato
dell'infermo peggiorava sempre. Chi si recava a trovarlo
lo vedeva rosso in volto per l'altissima febbre, immobile
e composto, quasi più senza parola. Comunicava
con faticosi gesti del capo.
Di fronte a questo stato di cose i superiori presero
una decisione: l'avrebbero trasferito in una casa meglio
attrezzata per poter apprestare al caro confratello
le cure necessarie. Decisero pertanto di farlo trasportare
a Sanfré nella casa di cura che i Paolini vi
avevano. Ancora una volta, fratel Borello annuì:
« Deo gratias! Così vuole il Signore. Così
sia!»".
Fu l'ultimo suo viaggio terreno.
(Pag.218-222)
Qualche giorno prima del trapasso, successe un fatto
che ha del singolare. Entrata nella camera di fratel
Borello, la suora infermiera lo trovò tutto raggiante
e come se avesse qualcosa di importante da comunicare.
- Suora - disse infatti - ha incontrato quel bambino
in corridoio?
- Quale bambino?
- Quello che è venuto qui da me. Era biancovestito.
Mi ha dato un foglio da leggere sul quale sono scritti
i nomi di quelli chiamati all'eternità della
nostra congregazione.
C'era scritto: Fratel... Fratel... Don... Don...
Non fece nessun nome ma disse di esservi sulla lista
anche il suo nome.
La suora non fece domande, né chiese spiegazioni.
Pensò molto probabilmente a un attacco di delirio.
Compì i suoi servizi ed uscì. Incontrata
tuttavia nel corridoio la superiora, le raccontò
l'accaduto: « Vada un po' lei a vedere di che
si tratta...».
La superiora, suor Maria Speranza Torta, entrò
nella camera di fratel Borello.
«Assistetti - ella dice - per un buon quarto d'ora,
ad una scena edificante. Fratel Borello rimase per questo
tempo col viso tutto illuminato. Poi cominciò
a parlare: "Madre, Madre, prenda questo foglio
e legga". Io non vedevo, naturalmente, nessun foglio.
Egli però aveva le mani nell'atteggiamento di
tenere un foglio. Vedendolo allora in tale posizione
e colpita dal suo volto raggiante, intuii qualcosa di
insolito e gli dissi: "Fratel Borello, lo legga
lei".
Egli allora alzò gli occhi verso il quadro della
Madonna e si illuminò maggiormente, indi posando
gli occhi sul foglio immaginario, cominciò a
leggere: "Questi sono i nomi dei sacerdoti e fratelli
che moriranno prima della morte del Primo Maestro...
E lesse. Quando pronunciò il secondo o terzo
nome, io con stupore, conoscendo il sacerdote, gli dissi
spontaneamente: "Ma, questo no! ». Allora
egli si fermò, mi guardò con un bel sorriso,
poi guardò il quadro della Madonna per parecchi
minuti, quindi, voltandosi nuovamente verso di me, mi
disse tutto felice: "Bene! Mi ha detto che vivrà
ancora a lungo. Lui vuol molto bene alla Madonna".
E col dito fece il movimento di spostare il nome per
metterlo in fondo all'elenco.
I1 motivo del mio gesto di sorpresa e delle mie parole
è che fratel Borello aveva nominato Don Molinari
che morì poi il 21 giugno 1965 e del quale il
Servo di Dio, Don Timoteo Giaccardo, quando fui destinata
superiora a Sanfré, mi aveva, tra le altre cose,
raccomandato di curarlo bene, essendo cagionevole di
salute, ed avendone egli stesso una grande stima. (...)
Anche noi suore avevamo stima di questo sacerdote.
Dopo avermi detto questo, fratel Borello, continuò
a leggere altri nomi. La cosa durò per quindici
minuti circa. Io rimasi molto impressionata di tutto
ciò, e terminata la lettura, gli dissi: "Fratel
Borello, quando andrà in Paradiso, mi saluterà
tanto la Madonna". Ed egli, sorridendo, rispose:
"Sì, la Madonna vuol tanto bene a lei".
Poi, vedendo in lui svanire quell'aspetto raggiante
di poco prima, gli dissi: "Ora, stia calmo e tranquillo.
Preghiamo insieme: faremo tutto quello che piacerà
al Signore".
Devo dire che, prima d'ora non ho mai creduto opportuno
rivelare ad alcuno tutto questo. Sentivo che dovevo
tenere il segreto. Ricordo benissimo i nomi dei primi
sacerdoti paolini defunti. La notizia della loro morte
mi ricordava il momento che fratel Borello ne pronunciava
il nome in quella circostanza, alla mia presenza »
Di che cosa si era trattato?
Ancora una volta rinunciamo a spiegazioni. Delirio?
Può darsi...
Fratel Borello aveva già ricevuti gli ultimi
sacramenti. Non appena gli era stata prospettata la
gravità del male e la sua inesorabilità
egli stesso ne aveva fatto richiesta.
Si può immaginare il fervore di quei momenti:
tutti ne rimasero edificati.
Nella notte tra il 3 c il 4 di settembre, la fine. Ringraziò
con commoventi parole quanti lo avevano assistito, rinnovò,
una volta ancora, i suoi voti religiosi, ricevette la
benedizione papale e serenamente, come sempre era vissuto,
rimise la sua anima a Dio. Anche qui, senza miracoli,
senza rumore, senza testimoni, eccetto le poche persone
strette intorno al suo letto, nel nascondimento e nella
solitudine, come era suo stile.
È lo stile di Dio.
Erano le ore 2,30 del sabato -1 settembre, giorno dedicato
alla memoria settimanale di Maria, e giorno della novena
in preparazione alla festa della nascita di Lei in terra.
La Madre del cielo veniva a prendersi il figlio amatissimo
e lo faceva nascere alla gloria.
Il medico curante, che aveva assistito a quel trapasso,
non seppe trattenersi dall'esprimere tutta la sua profonda
impressione: « Questa, come anche altre morti
avvenute in questa casa, costituiscono per me una grande
meraviglia: qui si muore sorridendo ».
È la morte dei santi.
Dal libro:"Un
giovane diverso-Andrea Borello" Ed.Paoline
Andrea Gemma |