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a Messa solenne del 23 giugno sigilla l'ultimo incontro
con la Famiglia paolina
radunata al completo nel Santuario in cui Sacerdoti,
Chierici, Discepoli, Suore e Fedeli si sono succeduti
per 48 ore attorno alla sua salma.
Dopo la Messa, il Primo Maestro (Don Alberione fondatore
della Famiglia Paolina) dà il suo cordiale, affettuoso
«arrivederci» a Don Federico, dicendo:
«La Famiglia paolina, come ogni altro Istituto
religioso, è impegnata in primo luogo nel lavoro
di santificare i suoi membri. L'istruzione religiosa,
l'aiuto di tanti mezzi, la pietà, l'osservanza.
Così prepara i SUOI membri al Paradiso, finchè
arriva l'ora in cui il Padre celeste chiama l'uno e
l'altro lassù nella sua beata casa: la vita si
muta, non viene tolta. Muta la condizione ed il luogo:
rimane uguale lo stato o grado di vitalità spirituale.
Don Federico era nell'età del migliore lavoro
quando tanto si sperava ancora che avrebbe fatto.
Nato nel 1909 da famiglia semplice
e laboriosa, cristiana; professo nel 1927; Sacerdote
nel 1934; laureato nel 1938; Consigliere e Procuratore
presso la Santa Sede dal 1942, Consultore della Sacra
Congregazione dei Religiosi dal 1947. Aveva 47 anni.
Ognuno vive abbastanza, anche morendo giovane, se si
è guadagnato il Paradiso; non vive a sufficienza,
anche morendo in età avanzata, se nulla fa per
il Cielo; e vive sempre troppo, se solo usa il tempo
a pensare alla terra e a ostinarsi nei peccati.
Don Federico entrò a San Paolo in Alba nel 1923.
Si rivelò subito: carattere felice, pio, delicato,
studioso, laborioso: un modello fra i compagni. Per
questo ebbe sempre uffici di fiducia: compositore, assistente,
aiuto nella amministrazione, spedizioniere, insegnante
e vari incarichi superiori anche all'età: non
ricordo di essere stato deluso nelle aspettative. Novizio
docile, chierico intelligente, sacerdote zelante, superiore
prudente, paziente, forte.
Ebbe incarichi pieni di responsabilità. Impegno
durato vent'anni, quello di dar forma canonica al pensiero
e spirito riguardanti le quattro Famiglie paoline. Il
lavoro attorno alle Costituzioni, fatto con competenza,
pietà e fedeltà alla mente che lo dirigeva
e alla mente che gli veniva data. Ciò per la
Pia Società S. Paolo, Figlie di S. Paolo, Pie
Discepole del Divin Maestro, Suore di Gesù Buon
Pastore, con le relative pratiche, sempre laboriose,
per le varie e successive approvazioni.
Le scuole ai Chierici: teologia, morale, diritto canonico,
tenute per tanti anni con spirito di responsabilità
ed amore.
La cura della disciplina un po' di tutti; le molte e
delicate consultazioni cui era chiamato; l'abbondanza
del ministero delle confessioni; il lavoro delicato,
che gli prendeva tanto tempo, per gli incarichi da parte
della Sacra Congregazione dei Religiosi.
Lo studio continuato sui documenti della Santa Sede,
le molte cose che scriveva per incombenze varie, la
corrispondenza frequente, la preparazione dell'apprezzato
trattato De Congregationibus iuris
dioecesani, la definitiva ed ordinata preparazione
degli Atti del Congresso degli
.Stati di Perfezione con quanto vi introdusse
di suo, in varie maniere.
È morto! ma è una morte che lascia vita
rigogliosa.
Si è comunicato a tante anime, alle quali era
sempre pronto per l'eccellente preparazione, per la
serenità e fortezza nel dirigere, per la generosità
a rispondere alla chiamata. Le circa cinquemila persone
che vivono nelle Case della Famiglia paolina risentono
delle norme e dello spirito che profuse nelle varie
costituzioni e nel ministero.
È forse meraviglia che la sua malattia abbia
suscitata una larga ondata di preghiere e che oltre
trenta persone, a quanto mi risulta, abbiano offerto
a Dio la loro vita per la guarigione di Don Federico?
Una massa tale di lavoro si spiega con il suo faticoso
orario, con la limitazione del suo riposo, col continuato
passare da una all'altra occupazione, col valersi di
tanti mezzi e consigli, colla riflessione, col parlare
moderato, con la regolarità costante nel cibo
e nell'orario, con la costante pratica della pietà.
Era una pietà fedelmente praticata, semplice,
schietta; così come tale era con tutti, leale
e sincero: fedele nell'osservare i segreti. La famiglia,
la montagna, la parrocchia di dove veniva gli avevano
lasciate mentalità e abitudini profonde, mai
scancellate. Arrivò in Casa una persona di alta
posizione, disse: - Devo parlare con Don Federico,
il Verus Israelita in quo non est dolus
-. Ed era conseguente a se stesso, alla propria professione:
il vero religioso osservante, che visse la vita paolina
integralmente. Il rosario fu sempre il suo conforto.
La Regina Apostolorum gli si era stabilita profondamente
nell'anima. Le belle funzioni, le processioni, il modo
di pregare della comunità, erano sue preoccupazioni
note a tutti.
Sempre raccolto nei suoi doveri e pensieri, lasciava
le conversazioni inutili; non si appassionava per proiezioni
cinematografiche, o radiofoniche o televisve, o simili
spettacoli; v'interveniva qualche rara volta per dovere;
facilmente lo prendeva il sonno allorchè si trattava
di semplice sollievo.
Conoscitore di uomini di ogni posizione e di tante cose,
fornito di dottrina sicura, specialmente negli ultimi
anni, fondeva in sè, e ne usava nella sua attività
sacerdotale e paolina, tre elementi, che esprimevano
l'alta statura della sua personalità ben caratterizzata:
la legge, l'umanità e il soprannaturale in senso
integrale.
Aveva poche relazioni, le necessarie od utili; sempre
scelte e corrisposte con fedeltà.
Profonda venerazione con tutti i Superiori con i quali
era sempre aperto. Ed era riamato e stimato da essi.
Mi sarebbe impossibile dire le migliaia di volte che,
da giovinetto sino al suo transito, mi si presentava
sempre pronto, con la medesima frase: - Ha bisogno di
me?
Felice del voto speciale di fedeltà al Papa;
amore vero e fattivo per i Discepoli; occhio lungimirante
per il futuro delle quattro Congregazioni; si sta inserendo
nel catechismo vocazionario l'ultimo suo scritto, che
è contributo all'opera delle vocazioni religiose.
L'umiltà sua era ben radicata. Mons. Pasetto,
allora Segretario per i Religiosi, diceva: - Mi piace
Don Muzzarelli : ha competenza, giudizio sicuro, chiarezza
nel suo pensiero; e tuttavia sa considerare i pareri
altrui, e mai si mostra attaccato alla sua sentenza
-.
Era noto a chi gli viveva più vicino, come spesso
narrava episodi, barzellette ed insuccessi allo scopo
di umiliarsi e portare una sana ilarità e letizia
ai Fratelli.
Venuto a mancare il Superiore proprio della Casa Generalizia,
i membri di essa spontaneamente cominciarono a considerarlo
e trattarlo di fatto come tale per la sua esemplarità,
superiorità e carità. Allora si volle
che prendesse anche il nome di Superiore: - No, no,
disse, lasciatemi sempre Don Federico. lo .renderò
tutti i servizi che mi sarà possibile, ma lasciatemi
sempre e solo Don Federico-. E cercava servire e aiutare
tutti.
Ebbe difetti vari; ma il suo lavorio interiore per correggerli
ed acquistare le virtù fu continuo e fervoroso.
In ognuno la grazia perfeziona la propria natura. Ebbe
uno spirito paolino in molte cose conforme sostanzialmente
al Maestro Giaccardo; ma la forma era diversa; poggiava
costantemente i piedi a terra e si elevava in alto con
lo spirito, la fede e l'amore operoso; i lunghi studi
sul Diritto e la continua letttura e meditazione sui
Documenti Pontifici vi avevano contribuito assai. Era
l'uomo delle cose ben fatte; e ciò si ha da dire
pure della sua morte. II Signore gli concesse la grazia
di una lunga immediata preparazione ad entrare nell'eternità.
In essa aggiunse le più belle gemme alla sua
corona; con il pieno e sereno abbandono alla Divina
Volontà. Costantemente calmo. Continua purificazione:-
Cerco di annientarmi perchè il Maestro Divino
Gesù, Via, Verità e Vita viva interamente
in tutto il mio essere. Ora voglio che viva in me, come
visse dal Getsemani all'emisit
spiritum-.
Tanto si affinò, nonostante che dalla clinica
conchiudesse positivamente tre delle pratiche che gli
stavano più a cuore; e che varie persone continuassero
a ricorrere a lui per cose delicate ed egli molto si
stancasse nel rispondere.
Stringeva costantemente a sè: Crocifisso, Rosario,
Vangelo, Costituzioni; cose a lui carissime.
Un consiglio dell'ultimo giorno di sua vita: - Dica
a quell'universitario che faccia la tale tesi considerando
il tutto sotto il triplice aspetto: canonico, storica,
teologico -.
Domande: - Vuoi ricevere anche l'Olio Santo? - Lo desideravo
da mesi, appena sentii che il mio è un male mortale
-. Accetti dalla mano di Dio tutti i tuoi molti dolori
in unione con le pene di Gesù Crocifisso? - Mi
pare di avere uniformità piena -.
- Accetti la morte ed il tuo passaggio all'eternità?
- Dica a tutti che lo faccio non
rassegnato, ma molto volentieri -.
- Ci occupiamo per il culto liturgico al Divin Maestro
Gesù; e tu già molto hai fatto -. Vado
in paradiso per occuparmene e parlarne a Gesù
stesso: confido di essere esaudito -.
Le intenzioni tue quali sono ora? - Vocazioni, le Famiglie
paoline, le edizioni, la casa per gli esercizi spirituali
-.
Celebrò la Santa Messa, sebbene con fatica, anche
il giorno 20. Nella tarda sera si aggravò più
del solito: ripetè la confessione, ricevette
la Comunione in forma di Viatico. Il mattino seguente,
passò tra gli spasimi del male e la preghiera:
gli venne anche letta la Passione e la Risurrezione
di Gesù Cristo. Ripetè la professione
religiosa.
Invitato, sostenuto nel braccio, diede due volte la
sua benedizione alle Famiglie paoline, come addio sacerdotale
fraterno. Verso le otto, due ore prima di morire, ebbe
scosse, poi prolungati sguardi verso l'alto e sorrisi
insoliti. Posso dire, sapendo bene quello che dico:
non erano cose solo umane, nè deliri per il male.
Altri scriverà conforme risulta in diverse maniere.
Uno degli ultimi suoi lavori è stato rivolto
all'azione antiprotestante ed al centro ut unum sint
: ne fu l'animatore; in ogni passo precedeva con la
preghiera, il consiglio, le direttive; quando pure non
partecipava con la sua illuminata e prudente azione.
Se ne occupò sino ad otto giorni prima di morire.
Alle 10,15 del 21 giugno, festività di S. Luigi,
si spegneva serenamente nel modo con cui si spegne la
lampada del Santissimo Sacramento, consumato l'olio;
ma per accendersi e brillare per sempre inestinguibile
nell'eternità ».
Così termina l’elogio funebre che il Primo
Maestro ha letto nel Santuario Regina Apostolorum per
la morte di Don Federico.
Solo la morte ha rivelato il dramma e l’eroismo
di una sofferenza morale che supera infinitamente il
martirio del corpo.
Dal cuore di Don Federico è uscita questa preghiera
di perdono e di supplica; voce che implora perchè
ritorni il sole sul male seminato da coloro che hanno
fiaccato il suo corpo e fatto versare lacrime ai suoi
occhi limpidi.
ESULTINO LE OSSA
CHE SPEZZASTI
«Non accuso nessuno, non ho
mai considerato nessuno mio nemico.Eppure dal comportamento
di alcune persone mi pareva di essere trattato da nemico.
Ancora i miei nervi logorati, istintivamente fremono,
se penso a loro.
Tu vedi, Signore che non è l'anima che si muove
in me, ma solo i nervi. Non le accuso però perchè
tu le hai mandate sul mio cammino: non erano che mezzi
nella tua mano. Tu provvedi che gli uomini abbiano dei
dispiaceri per non farli divenire presuntuosi. Vuoi
che non vada tutto liscio perchè allora nell'uomo
sorgerebbe il tiranno ed è per questo che frapponi
degli ostacoli alle nostre azioni: che cosa diventeremmo
altrimenti se tutti ci lodassero? Ci affonderemmo nella
cecità spirituale e nell'illusione. Mentre a
colui che tu ami e che hai prescelto mandi sul cammino
ostacoli e nemici. Senza i nemici io sarei stato privato
di tante grazie! Come sono meravigliose le tue vie!
Tu mi hai portato a questa indicibile sofferenza per
farmiti guardare negli occhi. Io ho visto nei tuoi occhi,
Allora, che tu volevi il mio bene, e forse anche i miei
nemici volevano essermi utili! Bacio la tua croce e
la tua mano che me la porge. Prendo questa croce e la
carico sulle mie spalle. Prego per coloro che hanno
voluto stracciare la mia stola sacerdotale, che hanno
voluto infangarla, che hanno voluto darmi il bacio del
tradimento: proprio loro cui avevo voluto più
bene e a cui avevo insegnato meglio che a tutti la tua
via. Va bene così, come vuoi tu, o Signore: ti
benedico nel mio dolore e nell'angoscia della mia anima.
E ti benedico ogni mattina che posso ancora celebrare,
quando sono stanco e quasi non riesco a salire il primo
gradino, l'unico gradino dell'altare e che tuttavia
mi avvicina sempre più a te nella gioia di dirti:
O Gesù, allieta la mia giovinezza. Ma sopra ogni
cosa, faccio mio il versetto del Salmista: fammi sentire
gioia e letizia, esultino le ossa che spezzasti ».
Non credo di sbagliare se penso che
ha fatto sua per tutta la vita la grande preghiera di
Padre Luigi de Grandmaison. Ed è con questa preghiera,
nobile e sublime che ho trovata sgualcita dall'uso fra
le sue carte più care, che chiudo le pagine della
sua opera terrena, vero compendio di generosità
senza limiti, fino all'estremo, nell'offerta di se stesso
e nella donazione più completa agli ideali della
Congregazione cui appartiene:
«Santa Maria, Madre di Dio,
conservatemi un cuore di fanciullo, puro e limpido come
acqua di sorgente. Ottenetemi un cuore semplice che
non si ripieghi ad assaporare le proprie tristezze;
un cuore magnanimo nel donarsi, facile alla compassione;
un cuore fedele e generoso, che non dimentichi alcun
bene e non serbi rancore di alcun male. Formatemi un
cuore dolce e umile, che ami senza esigere di essere
riamato, contento di scomparire in altri cuori sacrificandosi
davanti al vostro figlio divino; un cuore grande e indomabile
così che nessuna ingratitudine lo possa chiudere
e nessuna indifferenza lo possa stancare; un cuore tormentato
dalla gloria di Gesù Cristo, ferito dal suo amore
con una piaga che non rimargini se non in cielo».
Alberto Barbieri SSP |