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Data della prima pubblicazione di questa pagina sul Web:
6 Dicembre 2007 

Data ultima modifica:
2007-12-06 7:12


 
 
 
Gianni Caliandro

 Immacolata
cfr.: riferimento bibliografico
Link: Riferimento
 pensieri

Luce ai miei passi è la tua Parola. Liturgia Domenicale 8 Dicembre 2007 Immacolata Concezione
L

e letture che la liturgia della Chiesa ci propone ci spingono a concepireImmacolata Concezione, con i Santi Giovanni Evangelista, Gragorio, Giovanni Crisostomo e Agostino. Di Carlo Maratta. il messaggio di questa Festa dell’Immacolata Concezione di Maria come un grande dittico. Due scene, nelle quali ciò che è rappresentato è sempre lo stesso soggetto: Dio e la persona umana che entrano in relazione. Dio e Adamo, nella prima (I lettura), Dio e Maria, nella seconda scena (III lettura). I due partner che si guardano, si cercano, si parlano, si interrogano. In entrambe le scene, al loro stesso cuore, ci sono delle parole, che in realtà sono più di semplici parole, sono due gridi, due modi di concepire questo rapporto, due modi di avvicinarsi, di stendere la mano, o di ritirarla.

* Nella prima scena c’è una domanda, che Dio rivolge all’uomo: “Dove sei?”. Una domanda che dice il desiderio di Dio, la sua volontà di entrare in relazione con l’uomo e la donna, il suo sguardo che non vuole rinunciare alla vista di coloro che sono venuti fuori dalle sue stesse mani di creatore, uno sguardo che sin dall’inizio è stato stupito e ammirato, tanto da fargli dire davanti alla meraviglia della persona umana che “era cosa molto buona e bella!” (Gn 2, ). E’ una domanda stupita e preoccupata, che si meraviglia dell’assenza dell’amato. Nella seconda scena di nuovo c’è una domanda, che è rivolta a Dio: “Come è possibile?”. E’ la risposta allo sguardo di Dio, è di nuovo una parola colma di stupore e di preoccupazione, in questo del tutto simile alla domanda che Dio rivolge ad Adamo nel primo quadro. E’ lo stupore di chi si vede interpellato, cercato, amato, al di là di ogni possibile attesa e previsione, di ogni merito e autoconsapevolezza. Anche l’uomo ama Dio, ma quando si scopre davvero destinatario di una parola personalissima da parte di Lui, ne rimane impaurito.

* Nella prima scena la parola che l’uomo rivolge a Dio rispondendo alla sua domanda è: “Ho avuto paura”. E’ un grido soffocato, colmo di timore e terrore. Ad essere sinceri, potrebbe in molti momenti della nostra esistenza essere la nostra stessa parola su Dio. La paura dell’uomo è l’inizio della storia della salvezza. L’uomo, e la donna, hanno paura davanti a questo Dio che percepiscono come totalmente altro, Colui di cui non sono riusciti ad osservare il comando, e si nascondono da lui impauriti. Questo è l’inizio della storia tra Dio e l’uomo, tra Dio e ogni uomo, ogni donna. Questa parola, secondo la Bibbia esprime il modo che la persona umana ha di guardare a Dio, di concepirsi all’interno del rapporto con Dio. Nella seconda scena la parola che Dio rivolge a Maria, e in lei ad ogni persona umana, è: “Kekaritoméne”, tu sei “Colei che è stata riempita di grazia”. E’ un verbo, ma un verbo che è diventato un nome, il nome di quella ragazza di cui narra la pagina evangelica. E’ un’azione di Dio, dunque, che diventa l’identità di una persona. Quando Dio guarda la persona, la vede così, colmata di un amore che esce da se stesso e si riversa su di lei.

* Che cosa possiamo comprendere, davanti a questo dittico? Che la paura di Dio è, nell’uomo, un sentimento innato, anche al di là di ciò che vogliamo ammettere a noi stessi. Che forse anche la nostra storia con lui deve iniziare da qui, dall’ammettere che siamo abitati da questa paura. Che essa, però, si infrange davanti all’ascolto di ciò che Dio ha da dirci, della parola con cui ci risponde quando siamo impaurito, dell’amore che è capace di vincere ogni timore. Ecco il primo grande dono di oggi: la nostra paura di Dio si scioglie davanti all’amore che Lui ha per noi. Amore contro timore, grazia contro paura, nascondimento contro luminosità.

* Un secondo insegnamento raccogliamo da queste pagine bibliche messe a confronto: che il nostro vero nome è nascosto nello sguardo di Dio su ciascuno di noi. Che ognuno è ciò che Dio amandolo sta facendo di lui. Il mio nome è la sua grazia, la sua cura per me, la sua premura attiva e continua: i miei giorni sono la sua provvidenza, la mia vocazione è la sua volontà. Che cosa sta facendo Dio di noi? Che cosa ha fatto in questi mesi, in questi anni, fino ad oggi? Si è infilato nella trama di nomi e di persone, attento alla nostra singolarità. Il racconto della vocazione di Maria è pieno di nomi: Nazaret, Giuseppe, Maria, Davide. Sono nomi di paesi, di case, di stirpi, di persone, i nomi di una vita. Dio si infila lì dentro, e comincia ad agire. A darci un nome nuovo. * Un terzo dono prezioso ci raggiunge mentre guardiamo il dittico: il fatto che il verbo usato da Dio per dare un nome a Maria sia al passato, ma un passato che distende il suo effetto in maniera continua, fin nel presente. Sin dall’inizio, dal grembo di mia madre, dice il salmista, e noi nella fede della Chiesa riconosciamo che Maria è sin dall’inizio del suo concepimento l’Amata, l’Immacolata, la Scelta, e che tutto nella sua esistenza è avvolto dalla grazia di Dio. Sin dal nostro passato, sin dall’inizio di noi, c’era un nome nuovo per ciascuno che ci stava aspettando, che ci precedeva. Forse vivere significa semplicemente lasciare che questo nome, già nostro fin dall’eternità, prima della creazione del mondo (II lettura), ci si sveli pienamente, diventi chiaro a noi stessi. Forse vivere è per tutti noi il dispiegamento, lo sviluppo di ciò che sin dall’inizio c’era, di quella grazia che è stata seminata come un piccolo seme, il più piccolo, quello di senapa, e che poi sa crescere fino a diventare un albero all’ombra del quale tutti gli uccelli vengono a trovare ristoro.

* La festa dell’Immacolata è incastonata nel periodo liturgico dell’Avvento. Essa ci fa guardare alla grazia preveniente di Dio, all’amore con cui Dio ci viene incontro sin dall’inizio, che precede ogni cosa, ogni istante, e anzi fa essere ogni istante successivo, l’amore che crea vita. Al cuore dell’Avvento c’è un annunzio, gioioso ed esigente allo stesso tempo, che è il cuore stesso della vita cristiana: il Signore viene! Prima che siamo noi ad andare verso di Lui, Lui viene a noi. Prima, e di più, di qualsiasi cosa noi possiamo fare per Lui, è Lui che ci viene incontro. “Adamo, dove sei?”. Ecco la venuta di Dio, la sua ricerca di noi. La Bibbia ci racconta di un Dio che viene, un Dio che si muove, un Dio non è rimasto fermo, è uscito fuori per cercarci, ha mosso dei passi, ha cercato qualcosa, ha cercato qualcuno, mi ha cercato. La vocazione di Maria ci è narrata per dirci che il vangelo nasce tutto intorno a questa affermazione: Dio ci ha cercati, ed è venuto verso di noi per niente, gratis, senza interesse, per quel niente che costituisce ogni vero amore, per quella mancanza di motivi che si legge negli occhi di ogni ragazzo innamorato, di ogni ragazza innamorata, che non sa dire bene che cosa abiti, quali motivi abitino e sostengano il proprio amore, ma comunque si muove. Dio è venuto. La nostra vita è il frutto di questo venire a noi di Dio, di questo avvicinarsi, noi siamo ciò che accade quando il Signore viene. Nella nostra vita tutto è grazia, tutto è visita, amore che ci viene dato, perdono che ci fa ricominciare e che non è misurato mai su ciò che noi siamo stati e abbiamo fatto. Tutto inizia sempre di nuovo, perché sempre di nuovo il Signore viene. E’ venendo a noi persino quando noi ancora non c’eravamo, che il Signore ci ha creati. Tutto è un dono, la nostra vita è una grazia, è il frutto dell’umiltà di Dio che è venuto, chinandosi su di noi quando eravamo a terra, capaci solo di nasconderci. “Adamo, dove sei?”.

A cura di Gianni Caliandro (Omelie)

 

Gianni Caliandro